ANIME NERE

Mancava l’entusiastica raccomandazione di Roberto Saviano, per trasformare “Anime nere” in un dovere morale per lo spettatore impegnato.

ANIME NERE

Mancava l’entusiastica raccomandazione di Roberto Saviano, per trasformare “Anime nere” in un dovere morale per lo spettatore impegnato. Leggiamo sulla pagina Facebook dello scrittore: “Film necessario, che consiglio. Per guardare in volto, finalmente, ciò che sino ad ora è stato ignorato. La Calabria come metafora di potere”. Salgono le quotazioni del regista, dello scrittore calabrese Gioacchino Criaco (il romanzo è uscito da Rubbettino), degli sceneggiatori Fabrizio Ruggirello e Maurizio Braucci. Si riduce il margine di manovra per chi ne vorrebbe parlare come di un film, non di un manifesto che rivela il cuore nero del sud. Giudicando gli attori: bravi i maschi, di maniera la madre affranta Aurora Quattrocchi e la moglie nordica Barbora Bobulova (sposata al fratello imprenditore che ricicla il denaro sporco, solo quando le cose buttano male si accorge di avere parenti criminali). Entrando nella costruzione dei personaggi, un po’ troppo rigida per non apparire mutuata da un saggio più che da un romanzo: oltre al fratello che usa i soldi per fare il salto dalla zona nera alla zona grigia, abbiamo un fratello che traffica cocaina tra Olanda e Sudamerica, e un terzo fratello dedito alla pastorizia, nel ricordo del padre morto ammazzato. Fa da scheggia impazzita il figlio del pastore, testa calda più per noia che per inclinazione verso il crimine. Riuscita l’ambientazione ad Africo vecchio, suggestiva scenografia pietrosa senza bisogno di ritocchi da parte dello scenografo (durante i lunghi sopralluoghi, gli abitanti sono stati arruolati come comparse, e hanno aiutato gli attori forestieri a cogliere le sfumature dell’impenetrabile dialetto, da qui la necessità dei sottotitoli). Il nuovo paese è stato ricostruito dopo un’alluvione vicino alla costa, come racconta Corrado Stajano in un libro degli anni Settanta, parlando con enfasi di deportazione, origine di tutti i mali a venire. Troppi i finali che si rincorrono: il film poteva chiudersi un po’ prima, quando lo spettatore ha capito quel che doveva capire, e non abbisogna di altre spiegazioni. Già ha fatto fatica – perché fatica un po’ si fa – a entrare nella storia. I critici che parlano di dramma elisabettiano o paragonano “Anime nere” a “Gomorra” (intesa come la serie di Stefano Sollima andata in onda su Sky) hanno tenuto conto delle intenzioni, più che dei risultati.

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