THE LOOK OF SILENCE

Nel 2012 Joshua Oppenheimer girò “The Act of Killing”, uno dei documentari più premiati di sempre. Su Rotten Tomatoes ha il 95 per cento di consensi, misurati in pomodori rossi.

THE LOOK OF SILENCE

Nel 2012 Joshua Oppenheimer girò “The Act of Killing”, uno dei documentari più premiati di sempre. Su Rotten Tomatoes ha il 95 per cento di consensi, misurati in pomodori rossi. A memoria, negli ultimi dieci anni lo battono Andrew Jarecki con “Capturing The Friedman” (la storia di un presunto pedofilo, raccontata con il filmini di famiglia, 97 per cento) e James Marsh con “Man on Wire” (l’impresa del funambolo Philippe Petit che camminò su un filo teso tra le Twin Towers, 100 per cento di entusiastici consensi). Gli sfuggì l’Oscar, andato a “20 Feet from Stardom” di Morgan Neville: professione corista, ovvero la vita di chi sta sul palco a poche spanne dalle rockstar. “The Act of Killing” raccontava i massacri indonesiani tra il 1965 e il 1966, quando Suharto prese il potere. Con la collaborazione, più che volontaria, dei massacratori che buttavano i cadaveri nel fiume fino a intasarlo. Due, in particolare, promossi a capi degli squadroni della morte da venditori – di biglietti del cinema contraffatti – che erano. Per niente pentiti. Fierissimi di aver fatto fuori tanti comunisti, pronti a rimettere in scena le esecuzioni a uso del regista. Facendo sia la propria parte sia la parte degli ammazzati (quando come vittima non arruolavano il nipote di un uomo da loro stessi ucciso mezzo secolo prima: dire di no a una proposta tanto oscena non è facile se gli assassini sono a piede libero e in posti di potere). Prendendo a modello i loro generi cinematografici preferiti: western, gangster movie, pure il musical. Tra i produttori, Werner Herzog e Errol Morris, due che il male non se lo lasciano scappare mai. “The Look of Silence” fa da seguito e da ripartenza. Adi Rukum, optometrista con il fratello ucciso durante la grande purga, misurare le diottrie dei clienti e tra un lavoro e l’altro incontra gli assassini. Uno racconta di aver bevuto sangue umano, un altro si stupisce per le indagini su un fatto tanto remoto: “Come dice il nostro dittatore, dobbiamo vivere d’amore e d’accordo”. Il regista è rimasto a Chicago, in Indonesia è “persona non grata” da quando il film entrò nella cinquina degli Oscar (non era neppure alla mostra di Venezia per ritirare il Gran Premio della Giuria, bloccato all’aeroporto di Chicago da una tempesta). Il coraggioso Adi Rukum ha cambiato domicilio, i membri della troupe non hanno i nomi nei titoli di coda.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi