MUD

Dobbiamo l’uscita di questo film al premio Oscar vinto da Matthey McConaughey per la parte del cow boy malato terminale in “Dallas Buyers Club”.

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Dobbiamo l’uscita di questo film al premio Oscar vinto da Matthey McConaughey per la parte del cow boy malato terminale in “Dallas Buyers Club”. Jeff Nichols lo aveva girato nel 2012, proprio quando l’attore cominciava la sua seconda carriera: per anni si era fatto ammirare solo per i pettorali esibiti in commedie romantiche fatte con lo stampo. Siamo, per intenderci, tra “Killer Joe” di William Friedkin (con la più sexy tra le scene che preveda come attrezzo una coscia di pollo fritto) e “Magic Mike” di Steven Soderbergh (spogliarelli di maschi bistecconi, Matthey fa il suo numero pitturato d’oro come Serse in “300”). Esce con ritardo, perfetto per placare la crisi d’astinenza estiva. Di solito i film che rimangono a lungo nei magazzini e vedono la luce per motivi diciamo così “collaterali” (come il postmoderno “Synecdoche, New York” di Charlie Kaufman, uscito con sei anni di ritardo a ridosso del suicidio di Philip Seymour Hoffman) sono da evitare. Ma è il caso di “Mud”, che si rifà a temi e atmosfere più solidi e classici. I due quattordicenni Ellis e Neckbone, un’isoletta nel Mississippi e un motoscafo finito in cima a un albero (probabilmente dopo un’alluvione) ricordano immediatamente Mark Twain. Anche un po’ “L’isola del tesoro” (“chi non ha mai cercato un tesoro non è mai stato un bambino” rispose una volta Robert Stevenson all’amico Henry James, scettico all’idea che un romanzo con un’isola e un baule sepolto potesse avere successo). Il motoscafo è abitato, su questo non c’è dubbio: i ragazzini che intendevano usarlo come casetta sull’albero ci trovano vestiti e cibarie, qualcuno ha dormito sui divanetti. Matthew McConaughey, appunto, gran mangiatore di fagioli in scatola e gran raccontatore di storie. Ai ragazzini che lo incrociano mentre stanno per lasciare l’isola racconta di essere lì per incontrare la sua ex ragazza – segni particolari un usignolo tatuato sulla mano – e fuggire con lei. Parentesi sui ragazzini attori Jacob Lofland e Tye Sheridan (era in “Tree of Life” di Terrence Malick, lo rivedremo presto accanto a Nicholas Cage in “Joe” di David Gordon Green, nelle sale il 25 settembre): sono strepitosi e quando vogliono rubano la scena al premio Oscar. Tutto è, naturalmente, più complicato: la barca va tirata giù dall’albero, aggiustata e rimessa in acqua, e poi serve un motore, e la bella con l’usignolo forse non è neppure disposta alla fuga.

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