JERSEY BOYS

JERSEY BOYS

Un anno separa Philip Roth, nato a Newark il 19 marzo 1933, da Francesco Castelluccio in arte Frankie Valli, nato a Newark il 3 maggio 1934. A quell’epoca un ragazzo di origine italiana aveva tre possibilità: arruolarsi nell’esercito, farsi arruolare dalla mafia, cantare come Frank Sinatra. Una quarta forse c’era, come racconta Philip Roth in “Pastorale americana”: operaio nella locale fabbrica di guanti, prima che le ragazze smettessero di indossarli sia d’estate sia d’inverno e la produzione – anche degli americanissimi guantoni da baseball – fosse trasferita a Portorico (lo scrittore ne approfitta per incantarci con i segreti dei tagliatori, rivaleggiando con Balzac che in “Le illusioni perdute” racconta i  tipografi di Angoulême). Di Newark è anche Joe Pesci, premio Oscar come migliore attore non protagonista per “Quei bravi ragazzi” di Martin Scorsese, anno 1990. In “Jersey Boys” – titolo condiviso con il premiatissimo musical di Broadway – lo vediamo giovanotto, nel 1958, mentre presenta Bob Gaudio ai Four Seasons (allora si chiamavano Four Lovers). Sarà il nuovo arrivato a scrivere i brani più celebri del gruppo da “Sherry” a “Big Girls Don’t Cry” da “Walk Like a Man” a “Can’t Take my Eyes off You”: nel “Cacciatore” di Michael Cimino la canta accanto al biliardo Christopher Walken, qui nel ruolo del gangster Gyp DeCarlo. Si fa un balletto e una cantatina anche lui, nel numero che fa da sfondo ai titoli di coda. Ricorda “Grease”, che verrà nel 1978 con John Travolta, ed è voluto: Frankie Valli – ancora vivo, cantante e produttore del film diretto da Clint Eastwood assieme a Bob Gaudio – canta la canzone della brillantina, scritta dai Bee Gees. L’accumulo di citazioni e di rimandi serve a rimandare l’orribile verità. “Jersey Boys” è riuscito malissimo, fatta eccezione per i pochi numeri musicali e la presenza dello sfarfalleggiante gay Bob Crewe, produttore del gruppo e autore assieme a Bob Gaudio (l’attore è Mike Doyle, unico sopravvissuto al doppiaggio italiano). Gli sguardi in macchina e gli “a parte” – ognuno dei musicisti racconta la storia a suo modo – funzionavano a teatro ma qui sono ridicoli. Il concerto da anziani (celebra l’ingresso nella Hall of Fame) rompe il già scarso incanto con trucco e parrucco da filodrammatica. I dialoghi – “quanto è difficile conciliare famiglia e lavoro” – assurdi per un genitore italoamericano di mezzo secolo fa.  

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