THE CONGRESS

THE CONGRESS

Il film più anti-hollywoodiano mai girato? Se lo chiede Eric Kohn sul sito Indiewire, all’indomani della presentazione in concorso a Cannes del secondo film di Ari Folman. Perplesso, come eravamo quasi tutti. Il primo – “Walzer con Bashir” – aveva fatto conoscere al mondo un regista israeliano con stile e sostanza. Usava l’animazione per raccontare la propria autobiografia di combattente, tra psicoanalisi e falsi ricordi. Vederlo alle prese con Hollywood e con la macchina dei sogni – cinematografici, non più individuali – fu una sorpresa. “The Congress” comincia come un film realista, appena più avanti nel futuro. A un punto morto della sua carriera e con un figlio che rischia la sordità, Robin Wright si fa convincere dall’agente Danny Huston a vendere la sua immagine. Lo studio Miramount, nome che evoca la Miramax dei fratelli Weinstein, potrà usarla a suo piacimento. Con un salto in un futuro più lontano, la ritroviamo in effigie – ancora più bella e sexy che in “House of Cards” – in un fantastico mondo di creature disegnate. L’idea viene dal romanzo di Stanislav Lem uscito nel 1970 con il titolo “Il congresso di futurologia” (esce da Marcos Y Marcos): ormai le medicine sono così sofisticate che alterano la percezione della realtà. Una pillola di Duettina sdoppia la personalità (per i pervertiti che godono a litigare con se stessi). Una dose di urbafantina o di costruttol, e la città dove abiti cambia aspetto. Suo malgrado – del resto aveva ceduto allo studio ogni diritto presente e futuro – Robin Wright diventa una droga allucinogena. Saremo anche in piena paranoia anti Hollywood, come sostiene Eric Kohn nel suo articolo. Ma l’idea non è tanto diversa dal futuro del cinema come lo pensava Hithcock: i film spariranno, sostituiti da elettrodi programmati per farci ridere, piangere, rabbividire senza bisogno di una sceneggiatura, di un regista, di attori che recitano. Non ditelo ai cultori dell’avanguardia: andiamo al cinema in cerca di emozioni. Non abbiamo mai capito perché dovremmo uscire dalla caverna di Platone – son tanto belle le ombre proiettate sul muro – e perché dovremmo prendere la pillola rossa che annulla gli effetti di “Matrix” e svela il deserto del reale. Istruzioni per l’uso: resistere durante la prima metà del film, e godersi la seconda, le scene più lisergiche viste al cinema dopo “Yellow Submarine”.

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