3 DAYS TO KILL

3 DAYS TO KILL

Firma la sceneggiatura Luc Besson, il più americano dei registi francesi. Ha lavorato in coppia con Adi Hasak, che ricordiamo per il demenziale “From Paris With Love”, nel cast John Travolta e Kasia Smutniak. Ecco perché Parigi sembra uscita da una guida per turisti yankee. Tour Eiffel, tavolini all’aperto, lungosenna con vista sui bateau mouche, mercatino con fiori e cibi che richiedono cotture complicate. Tocco di contemporaneità, la famiglia di sans-papiers del Mali che ha preso possesso nell’appartamento da tempo senza inquilino, dipingendo una stanza di giallo. Sta per nascere un bambino, si sa che gli africani figliano come conigli. Parte la serie di stereotipi atti a condire le scene d’azione con un po’ di ironia: i turchi hanno rampolle educatissime che di nascosto scappano a ballare, gli italiani parlano di sughi per la pastasciutta. Sull’esproprio extracomunitario l’ex agente della Cia Kevin Costner sarebbe disposto a chiudere un occhio – i poliziotti gli dicono che fino a primavera non si può fare niente, gli sfratti sono sospesi. Lo urta il colore scarsamente virile, per fortuna non hanno toccato niente nello stanzino dove tiene in bell’ordine gli attrezzi da lavoro. Se nella prima scena di un film facciamo conoscenza con un agente della Cia in pensionamento anticipato, di sicuro sarà richiamato per un incarico extra. Detto e fatto: un pericoloso terrorista andrebbe assicurato alla giustizia. In cambio del servizio pulizia – “il mondo sarà un posto migliore senza di lui”, la didascalia lampeggia nel buio – offrono un cospicuo assegno e un farmaco sperimentale. Ebbene sì, Ethan Renner – Kevin Costner con sciarpetta e occhio malinconico – ha una grave malattia, lo avevamo capito da certi colpetti di tosse. Nei pochi mesi di vita restanti decide di riallacciare i rapporti con la moglie e la figlia che trascura da cinque anni (“signora mia, è così difficile conciliare lavoro e vita privata, ma lo sa che l’ultima volta che sono stato convocato dalla preside avevo un cattivo da torturare incerottato nel bagagliaio?”). La mamma Connie Nielsen e l’adolescente Hailee Steinfeld – in “Il grinta” dei fratelli Coen teneva testa a Jeff Bridges, qui va sprecata – sono un po’ riluttanti, e molto trascurate in sede dagli sceneggiatori. Il fidanzatino francese che dice a Kevin Kostner “sei un vero cowboy” è pura vanità, per cancellare lo spot delle comode scarpe Valleverde.

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