TRACKS – ATTRAVERSO IL DESERTO

TRACKS – ATTRAVERSO IL DESERTO

I titoli di testa avvertono gli spettatori aborigeni che qualche scena potrebbe turbare la loro sensibilità. Gli spettatori non aborigeni devono proteggersi da soli. Condizione necessaria ma non sufficiente: amare il deserto australiano, che su di noi – come altri territori privi di cinema o di un wi-fi decente – esercita poca attrattiva. Lo spettatore di riferimento si riconosce dall’applauso convinto quando la camminatrice sussurra: “Le parole sono sopravvalutate”. “Tracks” ripercorre il viaggio di Robyn Davidson, l’australiana che nel 1975 marciò sola per 2700 chilometri, da Alice Springs all’Oceano Indiano (l’attrice Mia Wasikoswka, nonostante il cognome polacco, è nata a Canberra e si capisce che ha lo spirito della pioniera femminista). Lavorò per ottenere i cammelli necessari alla spedizione, non si fece dissuadere, assoldò una guida aborigena per attraversare un luogo sacro vietato alle donne (non capita mai che le popolazioni di interesse etnografico mostrino verso il prossimo la stessa elasticità mentale richiesta all’occidente). I cammelli sono in realtà dromedari, hanno una gobba sola. In Australia sono stati importati come i conigli, e come i conigli hanno creato problemi. I dromedari si sono moltiplicati e inselvatichiti, spiega questo film. I roditori sono stati imprigionati alzando una recinzione di 2400 chilometri – la rabbit-proof fence – che divide il continente in due. La scarsa passione per il bush e per i deserti non impedisce di godere i film dell’orrore ambientati da quelle parti, come “Wolf Creek”. “Tracks” non lo è, se non per gli spettatori che assistono senza batter ciglio ai massacri umani, ma davanti a una bestiola in pericolo rabbrividiscono. Appartiene alla categoria “sopravvivenza in situazioni estreme”, da “Into the Wild” a “Tutto è perduto”, ultimo grande ruolo di Robert Redford. Nel deserto l’esploratrice punta la sveglia ogni mattina e gioca a “Scrabble” con il fotografo impiccione di National Geographic che vuole documentare il viaggio (trovi un corteggiatore ostinato in mezzo al deserto? ma almeno raccontagli il viaggio). Non manca la scena del lavaggio capelli, citazione da “La mia Africa”: lo sciampista con la brocca di Meryl Streep era Robert Redford non ancora tinto. Immaginario da fanciulle ridicolizzato da Baz Lurhman nel film “Australia”, dove a insaponarsi i pettorali era Hugh Jackman.

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