GIGOLO’ PER CASO

GIGOLO’ PER CASO

Con quella faccia un po’ così, la conversazione non scintillante, l’aria di chi vivacchia in un mondo a parte, con un solo amico e la passione per le composizioni floreali, John Turturro poteva fare il gigolò solo in un vanity movie. Un film scritto, diretto e recitato in proprio, che da attore caratterista lo promuove a maschio solitario e malinconico, pronto a incarnare dietro compenso i desideri di tre femmine. La ricca e malmaritata Sharon Stone, la ricca e libertina Sofia Vergara, la povera – le portano i bambini per spidocchiarli – e castissima Vanessa Paradis, vedova di un rabbino: vive a Williamsburg sotto la sorveglianza dei vicini di casa e della Shomrim, polizia della comunità ortodossa. L’assortimento giusto per telefonare allo spettatore le virtù del gigolò che non si spoglia mai: lo vediamo mentre balla sulla mattonella o si esibisce nel tango, cucina kosher (però poi non sa come si pulisce il pesce), teneramente massaggia finché la fortunata non si scioglie in lacrime. Per fortuna c’è Woody Allen, magnaccia improvvisato perché la sua polverosa libreria deve chiudere. I suoi consigli e i suoi battibecchi con Turturro (Fioravante quando lavora in negozio, Virgil quando accompagna le signore, come se ci fosse bisogno di ribadire il suo ruolo di guida spirituale) sono la parte più divertente del film, lecito sospettare che se li sia scritti da solo. Vive con una donna africana e i figli di lei – quando non li porta a spidocchiare insegna loro il baseball – ha una sua teoria su tutto. Cosa vogliono le donne, quanto bisogna chiedere, come spartire i soldi della tariffa e le eventuali mance, l’attrattiva dei maschi nudi e vestiti, la migliore strategia per difendersi in un tribunale chassidico, i precetti religiosi e il libero arbitrio tra le lenzuola, lo stupore per i ragazzini cresciuti senza aver mai visto un guantone da baseball. Da anni non era così bravo a rifare se stesso e il chiacchiericcio dei suoi film meglio riusciti. La regia di Turturro non riesce ad avere ragione sulle scarse doti drammatiche di Vanessa Paradis, rigida molto più di quanto sia richiesto dal copione (era molto meglio il musical “Romance & Cigarettes). Adorabile Liev Schreiber, con barba e cernecchi, poliziotto timido e innamorato della vedova della porta accanto. Come colonna sonora, il più scontato repertorio di canzoni d’amore italiane, riciclo dal pessimo “To Rome with Love” di Woody Allen.

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