I CORPI ESTRANEI

I CORPI ESTRANEI

E’ un film d’autore. Quindi comincia con un tergicristallo ripreso in tempo reale. Filippo Timi accudisce il piccino all’ospedale, poi scende nel parcheggio e in macchina ascolta le informazioni sul traffico. Un ragazzino arabo, nella stessa corsia, sta al capezzale di un amico. Il galleggiante dello sciacquone si rompe. La batteria della macchina si scarica. Un olio (forse) miracoloso viene massaggiato sul braccio del malatino. I due maschi si guardano e si chiamano per nome. Fine. Non essendo un corto, supera di una decina di minuti la misura aurea che al cinema è fissata allo scoccare dell’ora e mezza, il tempo che cresce rispetto alla minima trama va in silenzi e sguardi (sarà che abbiamo visto troppe puntate di Masterchef, ma la tentazione di ritagliare dai film italiani la pasta frolla che fuoriesce dalla tortiera è un sogno duro a morire). Non è solo neorealismo che punta sulle disgrazie e sulla maschera di un attore elevato a feticcio. E’ il tipo di film che fa appello alle perversioni – in senso tecnico - dei critici e del pubblico da festival, “più interessati a una scarpa che a una femmina intera”. E visto che abbiamo saccheggiato Karl Kraus, torna utile anche la sua definizione di “pazzia concava” (quella dei registi che rifiutano di tener conto dello spettatore) e pazzia convessa (quella dei teorici che i suddetti registi li osannano, confermando che nelle loro manie sta il futuro del cinema). “I corpi estranei” era annunciato come vincitore al Festival di Roma 2013. E’ stato sconfitto da “Tir” di Alberto Fasulo, vita da camionista che non poteva contare neppure sul bambino malato. Siamo in periodo di magra – la Pasqua incombe e tra i film della prossima settimana c’è il secondo film dei fratelli Vanzina in uscita nel giro di quattro mesi. Quindi cerca la sua occasione in sala “Ti ricordi di me?” di Rolando Ravello. Era una commedia di Max Bruno, chi l’ha vista garantisce che a teatro funzionava. Il film, dove Edoardo Leo e Ambra Angiolini riprendono i ruoli collaudati – il cleptomane nonché scrittore di favole orrende e la narcolettica con amnesie – ha parecchi difetti. Per farli incontrare dalla psicoanalista un solo difettuccio a testa bastava, l’accumulo confonde e fa pensare a una sceneggiatura ricucita tipo patchwork. Un po’ favola e un po’ commedia romantica, ammazza i colpi di scena a furia di carinerie.

 

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