FATHER AND SON

FATHER AND SON

Figlio unico, sei anni, rigidamente educato, costretto alle lezioni di pianoforte. Al colloquio scolastico – gli esami cominciano sempre più presto, in Giappone perlomeno, da noi si discute se i voti bassi possano turbare i piccini e non soltanto loro – Keita racconta la vacanza al campeggio e papà che gli insegna a far volare l’aquilone. Bugia provata e riprovata: il genitore Ryota ha tempo solo per il suo lavoro da architetto, quindi decide che il momento di scambio padre-e-figlio vada imparato a memoria e snocciolato per far colpo sugli insegnanti. A casa, mamma Midori devotamente sopporta il precoce addestramento. L’atroce dubbio che il padre cerca di ricacciare in un angolo della mente – “ma perché il ragazzino non è competitivo e dotato quando dovrebbe, da chi mai avrà preso” – diventa un incubo quando la famiglia viene a sapere di uno scambio alla nascita. Il loro figlio biologico Ryusei sta crescendo in periferia, assieme ai bambini di una coppia di poveracci che prendono la vita più allegramente e gli aquiloni li fanno volare davvero. Il cinema su queste storie ha ricamato parecchio, voltandole in satira sociale (“La vita è un lungo fiume tranquillo” di Etienne Chatilliez), in pura commedia (“Il 7 e l’8” con Ficarra e Picone), in intrighi geopolitici (il neonato palestinese e il neonato ebreo scambiati in “Il figlio dell’altra” di Lorraine Lévy), in epica di un continente (“I figli della mezzanotte” di Deepa Mehta dal romanzo di Salman Rushdie). Hirokazu Kore-Eda si attiene ai fondamentali, e però bisogna tenere presente che i giapponesi, oltre a credere fermamente nei brutti voti e nel merito, non si toccano né si sbaciucchiano in pubblico: l’affettuosa complicità della famiglia numerosa che fa il bagno in compagnia disturba il papà danaroso, mentre la mamma sarebbe più propensa a chiudere un occhio. L’altro padre, che soldi non ha, sogna un cospicuo risarcimento per lo sbaglio, sempre che sbaglio sia (da qualcuno dei film precedenti abbiamo ricavato la certezza che i reparti maternità abbiano infermiere disposte a tutto in nome della giustizia sociale). In attesa di una decisione definitiva, le due famiglie si scambiano i figli nel fine settimana. Il cinema giapponese si distingue per la sua lentezza e scarsità – per i non fanatici dell’oriente – di qualsivoglia emozione. In “Padre e figlio” c’è abbastanza pathos da raccomandare una scorta di fazzoletti.  

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