DIVERGENT

DIVERGENT

Forse stanno tentando di dirci qualcosa. L’insistenza con cui i romanzi della categoria giovani adulti – sfacciato tentativo di acchiappare i lettori nell’età di transizione dai libri per bambini alla lettura per obbligo culturale – raccontano cruenti riti di passaggio ha risvolti che vale la pena di registrare. L’editoria, e il cinema che in questo caso va a rimorchio puntando su un pubblico già allertato e fedele, ha una certa tendenza all’imitazione: il successo di “Hunger Games” invita a cercare altri romanzi simili, trama che vince non si cambia. Ma è un fatto accertato che le storie di formazione – vado via dalla famiglia, mi dibatto tra le sofferenze del primo amore – non son più quelle raccontate negli scorsi decenni dal cinema americano, indipendente e no. Per crescere, bisogna superare prove altletice e psicologiche ad altissima difficoltà, da tribù primitive, e le fanciulle sono in prima linea. Combattere nell’arena una lotta all’ultimo sangue, con il pubblico televisivo che ha diritto al “pollice verso” sulla sorte dei gladiatori. Prendersi una cotta per un vampiro che rifiuta di morderti sul collo per renderti immortale, lottare con vampiri che non credono all’alimentazione vegetariana (in questo caso, vuol dire sangue di animali non umani), farsi tentare da un lupo mannaro che conosci dai banchi di scuola. In “Divergent” – tratto dalla trilogia di Veronica Roth, esce da DeAgostini – le prove da superare per diventare grandi nel mondo sono istituzionalizzate. Siamo a Chicago, cento anni dopo una guerra che ha rifondato l’ordinamento sociale dividendo la popolazione in cinque fazioni (un muro separa la città dal deserto circostante). I Candidi dicono sempre la verità e si occupano delle leggi. I Pacifici fanno gli assistenti sociali. Gli Eruditi sono insegnanti o ricercatori. Gli Altruisti sono al governo. Gli Intrepidi proteggono i concittadini dai pericoli. A sedici anni devi decidere da che parte stare per il resto della vita, per questo ti sottopongono a un test. Beatrice Prior (Shailene Woodley, era in “Paradiso amaro” di Alexander Payne, figlia di George Clooney) risulta “divergente”. Ha caratteristiche borderline, contrarie all’ordine costituito. Per farla difficile, sceglie la fazione degli Intrepidi. Impara a menare le mani, a vincere le sue paure, a mimetizzarsi psicologicamente. Tutto serio serio, senza le scintille pop degli “Hunger Games”.  

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