AMICI COME NOI

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Pio e Amedeo sono gli artefici dello scherzo post Oscar ai danni di Paolo Sorrentino, venerato maestro (in affinità elettiva con Toni Servillo) che non concepisce critiche al proprio lavoro. Per questo il finto appuntamento con Leonardo DiCaprio pungeva sul vivo, e da che mondo è mondo gli scherzi affettuosi sono una contraddizione in termini. Bruciano, vabbé, e sulla vanità umana bisognerebbe essere solidali. Ma dovrebbe bruciare di più il giudizio su “La grande bellezza” di Camille Paglia, che ha appena pubblicato da Il Mulino “Seducenti immagini – Un viaggio nell’arte dall’Egitto a ‘Star Wars’”: “Il film ruba a Federico Fellini, più che omaggiarlo, e le immagini sono da spot pubblicitario”. Pio e Amedeo nascono come Iene, e per questo nel loro primo film li speravamo più cattivi, non solo con i ciclisti di Amsterdam presi come modello di inciviltà (“si comprino un suv come tutti a Foggia”). Sono meno guastatori di Checco Zalone e dei soliti idioti Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio, precedenti scoperte (e grandi successi) della Taodue di Pietro Valsecchi. Ma la comicità funziona, il ritmo veloce e la cura artigianale fanno il resto: nulla è peggio di un film in cui le battute riuscite occupano a stento il tempo di un trailer. Il mite Pio, alla vigilia delle nozze, riconosce il tatuaggio sul fondoschiena della promessa sposa in un video porno. Con i soldi regalati dai parenti e la Rolls Royce affittata per la cerimonia, assieme all’amico del cuore Amedeo – scatenato e pasticcione – parte per Roma, dopo aver fracassato le bomboniere: statuette finto Capodimonte a forma di balena che mangia il tonno. Metà delle gag sono surreal-pop, i due al paesello hanno messo su un’impresa di pompe funebri con l’insegna Hai l’Under (spelling locale per “Highlander”, l’immortale guerriero scozzese nel film con Christopher Lambert): bara trolley con ruote, bara bar con macchinetta per offrire il caffé ai familiari in visita, bara con citofono per le morti apparenti, “barack obama” con lampada abbronzante. L’altra metà sono rubricabili nel genere “il maschio meridionale in patria e all’estero” (per il maschio irlandese, altrettanto calciomane, c’è il reportage di Joseph O’ Connor uscito da Guanda). Il tipo che tiene cara la mutanda da rimorchio, e invece che in valigia la ripone nel portagioie.

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