IDA

IDA

Il cinema Anteo a Milano è quel che resta del cinema d’essai, in una città dove il numero delle sale da anni si riduce. Nel suo blog sul Post, Francesco Cataluccio racconta di aver sentito una signora chiedere al marito, dopo aver visto questo film: “Ma spiegami che razza di storia è?! Dove sta il Bene e dove il Male?” (orecchiare è bello, capita anche a noi, e le code alla biglietteria dell’Anteo sono utili per carpire i commenti di chi il cinema lo vuole “di qualità”). Ambientato in Polonia nel 1962, “Ida” è il primo film girato da Pawel Pawlikowski nel suo paese d’origine: nato nel 1957, se n’era andato a 14 anni, direzione Italia e Germania, per poi stabilirsi in Gran Bretagna, dove ha lavorato come documentarista e ha girato “My Summer of Love” con Emily Blunt. In bianco e nero, nel vecchio formato 4/3 (l’immagine è più alta e più stretta, rispetto al formato rettangolare dei film ora nelle sale, ed è lo stesso rapporto che Wes Anderson usa per retrodatare le prime inquadrature del suo “The Grand Budapest Hotel”), racconta la storia di Anna, orfana diciottenne sempre vissuta in convento, dove sta per prendere i voti. Alla vigilia, la madre superiora le rivela l’esistenza di una zia, che in verità della nipote non aveva mai voluto sapere nulla. Anna fa la sua valigetta di cartone, va a trovare zia Wanda (che ha un debole per l’alcool e per gli sconosciuti), scopre di essere ebrea e di chiamarsi Ida Lebestein. Faranno insieme un viaggio nei luoghi della tragedia di famiglia: una vicenda raccapricciante, tra antisemitismo e regime comunista, e insieme uno spaccato storico della Polonia novecentesca. Da qui la confusione dalla signora spettatrice bisognosa di personaggi più agevoli da decifrare. Da qui l’attrattiva del film, recitato dalle bravissime Agata Kulesza e Agata Trzebuchowska, impeccabili anche nelle scene più atroci (complimenti anche al regista, restio al melodramma). “Potresti scoprire che Dio non esiste”, avverte zia Wanda, giudice comunista che condannava a morte i nemici del popolo. La tappa in un albergo con orchestrina fa scoprire a Ida le canzonette (perlopiù italiane come “24 mila baci”, colonna sonora scelta da Emir Kusturica per “Ti ricordi Dolly Bell?”, e “I found my love in Portofino”). E il jazz di John Coltrane, suonato da un bel sassofonista.

 

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