TIR

TIR

Esce in poche copie, quasi tutte distribuite nel nordest, il film vincitore del Marc’Aurelio d’oro al Festival di Roma. Alla Mostra di Venezia il Leone d’oro era andato al documentario di Gianfranco Rosi “Sacro Gra”: il Grande Raccordo Anulare, le sue palme insidiate dal punteruolo rosso, gli attori di fotoromanzi, il nobile decaduto che poi ebbe il suo quarto d’ora di celebrità in tv (a Radio Belva, finalmente una scelta di casting non ovvia). Pareva bello e giusto chinarsi sugli umili titoli a basso costo, salutando un’ennesima e propizia nuova stagione del cinema italiano. Son passati pochi mesi, quei discorsi minimalisti non li ricorda più nessuno: i fan della prima ora e i fan delle ore successive hanno occhi e applausi soltanto per “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino e la sua candidatura all’Oscar. A leggere le recensioni e i commenti usciti qualche mese fa, già possiamo mettere per iscritto il lamento, imbustarlo e depositarlo dal notaio a futura memoria: se “Tir” non dovesse incassare sarà colpa del pubblico distratto e incapace di apprezzare le raffinatezze del documentario artistico. Esempio: il film comincia con una lunga telefonata dal giaciglio accomodato nella cabina. Senza stacchi e senza tagli l’autista croato in canottiera telefona alla moglie: nostalgia per la lontananza, il senso del dovere che gli ha fatto lasciare il lavoro da insegnante in patria per più faticosi e redditizi viaggi in camion tra l’Italia e la Francia. Un paio di accenni basterebbero per afferrare la situazione, non fosse che questo tipo di documentario campa sulle parti noiose. Qualche spettatore si fa ipnotizzare (son quelli che non hanno mai hanno visto un reality show, quindi non hanno un termine di paragone). La maggior parte compra il biglietto del cinema sperando in qualcos’altro. Non vogliono sapere esattamente, con riprese in tempo reale, come gli autisti si lavano nelle piazzole di sosta, come si cucina sul fornelletto, e neppure quanto sono noiose le soste, quanto complicati sono i carichi e scarichi, quanto tempo bisogna aspettare prima di partire, quali pasticci fanno i datori di lavoro. “Tir” sta tra l’esperimento e la performance: l’attore Branko Zavr‰an ha davvero lavorato come camionista per qualche mese, eppure le lungaggini non vengono dal cinema verità ma dalla sceneggiatura. Nel genere “uomini e camion”, ha una particolarità: mancano le donne nude appese nella cabina di guida.

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