12 ANNI SCHIAVO

12 ANNI SCHIAVO

Io non voglio sopravvivere, voglio vivere”. Da schiavi non è facile, da schiavi ribelli ancora meno. Da schiavi ribelli che fino a poco tempo prima vivevano da uomini liberi a Saratoga Springs è quasi impossibile. A Solomon Northup hanno sottratto i documenti con l’inganno: per un uomo nero rapito a Washington D. C. – dove la schiavitù nel 1840 non violava la legge – non esiste sorte peggiore. Finisce in Louisiana, a raccogliere cotone e a tagliare canna da zucchero, sotto il sole che brucia. Un primo lavoro da carpentiere gli aveva procurato l’odio eterno del capetto Paul Dano, che anche in questo film continua a fare esercizio di sgradevolezza e crudeltà. Ben scelto, bravissimo come il resto del cast, quasi tutto candidato agli Oscar (resta fuori Brad Pitt, che compare nel finale: ha una piccola ma decisiva parte da abolizionista canadese). Michael Fassbender, da sempre l’attore prediletto da Steve McQueen – era in “Hunger” e in “Shame”, i due film precedenti del videartista premiato nel 1999 con il Turner Prize – gareggia con Paul Dano in ripugnanza. In più ha una fissazione erotica per la schiava Lupita Nyong’o, qui al suo debutto come attrice e già titolare di una fustigazione e di un’altra scena straziante che le garantirà l’Oscar (le rivali sono Sally Hawkins in “Blue Jasmine”, Jennifer Lawrence in “American Hustle”, June Squibb in “Nebraska” e Julia Roberts in “I segreti di Osage County”: l’unica che abbia una parte sufficientemente drammatica per tentare di scavacarla). Benedict Cumberbatch è il padrone timorato di Dio, gli lascia suonare il violino – con cui Salomon Northup da libero manteneva la famiglia, il suo memorir esce da Newton Compton – e ascoltare la messa di domenica. Lo schiavo è Chiwetel Ejiofor, di cui non si può dire che bene. Le riserve riguardano la regia di Steve McQueen, a cui i personaggi interessano tutto sommato poco, e dirige gli attori di conseguenza. Preferisce i corpi, messi in scena in una specie di teatro della crudeltà che corteggia l’inguardabile. Preferisce curare fino allo spasimo l’effetto delle frustate su una camicia bianca, in una cella semibuia. Preferisce inquadrare la spremitura di certe bacche che potrebbero servire come inchiostro. Preferisce far filtrare la luce del tramonto dalle foglie, contrapponendo lo splendore della natura alla disumanità della tortura.

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