MONUMENTS MEN

MONUMENTS MEN

Magari sul set erano tutti serissimi, chini sul grande interrogativo che fa da tormentone: “E’ giusto che vite umane vadano perdute per salvare i capolavori dell’arte?”. Tocca a George Clooney, sempre in cerca di una giusta causa, ripeterla durante tutto il film, affidando la risposta decisiva – davanti all’altare di Gand, ammirando il polittico dipinto da Van Eyck – a suo padre Nick Clooney. Insieme, fanno l’esperto d’arte Frank Stokes (il vero eroe si chiamava George L. Stout, come racconta il libro di Robert M. Edsel e Bret Witter “Monuments men. Eroi alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al tesoro della storia”, Sperling & Kupfer). Capeggia, su mandato di Roosevelt, i magnifici sette in missione speciale: salvare le opere d’arte dai bombardamenti, impedire che Hitler se ne appropri con l’intenzione di metterle in mostra nel museo del Terzo Reich (dopo aver bruciato i quadri non di suo gusto). “Possiamo ancora parlare di civiltà, senza le opere che l’hanno resa grande?”, riattacca Clooney davanti a un microfono: non si sono neanche dati la pena di far scivolare il messaggio in una conversazione. In contrasto con tanta serietà, il reclutamento dei curatori di musei e degli altri esperti è affidato ad altrettante gag, e nelle scene di guerra gli attori sembrano ragazzini che ha trovato da qualche parte vecchie divise e ora giocano a combattere i nazisti. Mai si era visto un simile spreco di bravi attori. Mai Bill Murray ha faticato tanto a rendere credibili le sue battute. Mai Matt Damon ha avuto una parte più ridicola, e le scene che condivide con Cate Blanchett toccano il fondo. All’attrice australiana tocca il personaggio ispirato a Rose Vallan, la curatrice del Jeu De Paume che catalogò migliaia di opere sottratte dai nazisti ai musei e ai collezionisti ebrei. Annota tutto su un taccuino, di cui Matt Damon si vuole impossessare. Lei nicchia, perché degli americani diffida. Da decenni non si vedeva la ragazza in scarpe basse, crocchia e occhiali, che finalmente rivela la sua bellezza sciogliendosi i capelli e suggerendo che Parigi è la città dell’amore. La trama latita, messo insieme il plotone si fanno scommesse su chi morirà per primo, non essendoci né neri né polacchi. L’ironia manca. Bastava aver vedere “Le idi di Marzo” per cogliere i difetti di Clooney come sceneggiatore. In “Monuments Men” è parecchio peggiorato. 

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