DALLAS BUYERS CLUB

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Forse il vero Ron Woodroof non era esattamente come il film lo dipinge. Avanza l’ipotesi Forrest Wickman in un articolo su Slate, dopo aver interrogato amici, medici, conoscenti, infermiere, l’ex moglie. Non era anti-gay, garantiscono tutti, e neppure eterosessuale senza cedimenti. Va detto per dovere di cronaca, e per attribuire alla fantasia dello sceneggiatore Craig Borten (nel 1992 lo intervistò per una ventina di ore complessive, e ha avuto accesso ai suoi diari) l’idea che la malattia possa rendere migliori e più tolleranti. La mossa funziona bene, in effetti: struttura il copione e aggiunge spessore al personaggio. Correda la storia dell’elettricista texano colpito dall’Aids, che lotta per la propria sopravvivenza contro la Food and Drug Administration e le multinazionali farmaceutiche, con sovrappiù di correttezza politica (molto apprezzato, se leggiamo le recensioni che badano al messaggio). Nasce per esigenze di copione anche il personaggio di Rayon: un magnifico Jared Leto in vestitini a fiori e calze quasi sempre smagliate che aiuta Woodroof a smerciare farmaci di contrabbando. L’AZT era in fase di sperimentazione, aveva pesanti effetti collaterali, e c’era il rischio di finire nel gruppo di controllo, curato con placebo. Meglio arrangiarsi da soli. “Dallas Buyers Club” – il titolo fa riferimento all’associazione fondata da Woodroof, una quota fissa garantiva ai soci le medicine - è tutto in mano agli attori. Oltre a Jared Leto, candidato agli Oscar come attore non protagonista, c’è Matthew McConaughey. Da quando ha deciso di sfoderare il suo talento (prima offuscato da una serie di commedie romantiche e di film memorabili solo per l’esibizione dei pettorali) non sembra avere rivali. Acchiappa i ruoli migliori, dimagrisce se necessario fino a scavarsi la faccia sotto il cappello texano: il suo Ron Woodroof si impone fin dalle prime scene, quando ancora non gli hanno diagnosticato la malattia. Camicia a scacchi e stivaloni, si veste da prete per non destare sospetti quando passa il confine tra Messico e Stati Uniti carico di medicine non approvate. Con il poliziotto che lo ferma, alterna sarcasmo e ricerca di compassione: splendido esempio di quel che riesce a fare un ottimo attore con un dialogo che rifugge dalle didascalie. Candidato a sei Oscar, il film perde un po’ di ritmo e di interesse nelle parti che più indulgono al documentario.    

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