NEBRASKA

NEBRASKA

Su Entertainment Weekly Bruce Dern racconta gli aneddoti di una lunga carriera. La volta che Alfred Hitchcock lo scritturò come protagonista in “Complotto di famiglia”, spiegandogli con flemma britannica che Al Pacino aveva preteso un milione di dollari. Rimase male, poi se ne fece una ragione: era la seconda e più economica scelta. La volta che ebbe la parte di Tom Buchanan nel “Grande Gatsby” del 1974 diretto da Jack Clayton, accanto a Mia Farrow e Robert Redford. All’anteprima di Chicago, dove era nato e aveva avuto per madrina di battesimo Eleanor Roosevelt, decise di invitare una vecchia amica di famiglia, Ginevra King Pirie. La signora rifiutò, in lacrime, ricordando un antico corteggiatore messo alla porta dal padre: si chiamava Francis Scott Fitgzerald, aspirante scrittore, e lei era stata la vera Daisy Buchanan. La volta che in “I cowboys” ammazzò John Wayne sparandogli alle spalle, e l’attore gli disse “L’America ti odierà per questo”. Risposta di Bruce Dern: “Sarà, ma a Berkeley mi considerano un eroe”. La volta che fu candidato all’Oscar come attore non protagonista per “Tornando a casa” di Hal Ashby: era il marito di Jane Fonda, tornava dal Vietnam ferito e frustrato (partito volontario, torna dopo un incidente alle docce) e scopre il tradimento con il pacifista Jon Voigt in sedia a rotelle. Agli Oscar 2014 è candidato come attore protagonista per “Nebraska” di Alexander Payne (dopo aver già vinto a Cannes). Una bella ripartenza dopo una carriera di secondi o terzi ruoli da cattivo o psicopatico, sempre recitati con l’inventiva che fece coniare a Jack Nicholson il termine “Dernsies”: i piccoli gesti rubascena non previsti dal copione e improvvisati sul set. In “Nebraska” non ne ha bisogno, il film è tutto del suo vecchietto deciso a riscuotere il milione di dollari che crede di aver vinto (è un volantino pubblicitario, preso alla lettera per colpa dell’Alzheimer e dell’alcool). I “Dernsies” toccano al figlio Will Forte, che lo carica in macchina e lo accompagna dal Montana al Nebraska (assecondarlo è meno faticoso che contrariarlo) e alla moglie June Squibb, linguacciuta e furiosa. Fanno tappa al paese natio, covo di gente fuori di testa che coltiva rancori decennali. Il regista di “Sideways”, “A proposito di Schmidt”, “Paradiso amaro” azzecca una perfetta tragicommedia, impreziosita da uno splendido bianco e nero.

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