LO SGUARDO DI SATANA – CARRIE

LO SGUARDO DI SATANA – CARRIE

“Non sono mai riuscito a farmi diventare simpatica Carrie White, e ho sempre diffidato dei motivi per cui Sue Snell abbia mandato il suo ragazzo al ballo con lei”. Fu così che Steven King gettò la prima stesura di “Carrie” nel cestino. Salvò il manoscritto dalla discarica la moglie Tabitha, annunciando al consorte “stavolta hai fatto centro” (e già che c’era gli spiegò due o tre cose sulle femmine, terreno su cui lo scrittore si sentiva insicuro, da qui i dubbi e la decisione di buttar via tutto). Il romanzo fu spedito alla casa editrice Doubleday mentre King continuava a fare l’insegnante, già un bel passo avanti rispetto al lavoro da lavandaio dell’anno prima. L’edizione rilegata ebbe un anticipo di 2500 dollari, modesto anche all’inizio degli anni 70. Il successo vero e i soldi arrivarono con l’edizione tascabile, che ne ottenne 400.000. Nel 1976 Carrie sbarcò al cinema, grazie a Brian De Palma, con Sissy Spacek nel ruolo della ragazza presa in giro dalle amiche nel bagno della scuola. Crede di essere malata – la madre non l’ha informata di nulla – mentre viene bombardata di assorbenti. Del remake non si sentiva il bisogno, difficile riprodurre lo shock provato dagli spettatori di allora, quando dalla tomba con la croce e la scritta “Carrie White brucia all’inferno” esce una mano insanguinata che afferra Sue Snell (fu il primo finale a sorpresa dopo la conclusione apparente della storia, ormai ci siamo abituati e andiamo via prima che i titoli di coda si esauriscano: nei film non horror sfilano i ciak andati a male). La Sue Snell non amata da King è la compagna di scuola che partecipa all’umiliazione di Carrie, poi si pente convincendo il fidanzatino ad accompagnare la poveretta alla festa della scuola. Vinceranno il premio per la più bella coppia, che esporrà Carrie al bagno nel sangue di maiale. E scatenerà la vendetta, senza esclusione di oggetti contundenti scagliati per telecinesi (il primo furore dell’adolescente maltrattata fa esplodere un bottiglione d’acqua). La regista di “Boys Don’t Cry” – il bellissimo film che lanciò e nel 2000 fece vincere un Oscar a Hilary Swank travestita da ragazzo – ha meno cedimenti voyeuristici rispetto a Brian De Palma. Insiste sul cattivo uso dei cellulari, sul filmino del bullismo messo in rete, sulle colpe della mamma bigotta Julian Moore, che usa la Bibbia per picchiare la figlia ribelle.

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