C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK

C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK

Il melodramma sfugge di mano a James Gray, più a suo agio con le tragedie gangsteristiche (i bellissimi “Little Odessa”, “The Yards”, “I padroni della notte”) o gli amori tra vicini a Brighton Beach (in “The Lovers”). Tutto è eccessivamente carico e ridondante, ben oltre quel che il genere richiede. La fotografia di Darius Khondji, che punta sui toni seppia e riproduce le immagini degli immigrati a Ellis Island (“The Immigrant” era il titolo originale, il riferimento a Sergio Leone del tutto fantasioso). La recitazione di Ewa-Marion Cotillard – gli americani se ne sono perdutamente innamorati dopo averla vista nella parte di Edith Piaf – che ha sempre gli occhi spalancati sull’orrore che le tocca, dopo essere fuggita dalla Polonia con la sorella Magda. Mai un attimo di tregua, mai uno sguardo un po’ più vispo, mai un accenno di realismo. Ella soffre, per la sorella malata di tubercolosi respinta alla frontiera, per la zia polacca di Brooklyn che non le dà una mano come sperava, per l’incontro con un uomo che sembra aiutarla e invece vuole sfruttarla. Si spaccia per impresario teatrale, ma il lavoro vero è da magnaccia. Magda rimane in quarantena, e Ewa subisce, patisce, si tormenta, chiede perdono alla Madonna per i molti peccati. Ogni tanto si apre uno squarcio di speranza, solo per cadere più in basso: il sogno americano è una fatica di Sisifo, sali un pochino e poi continui a disperarti. Gli anni 20 a New York sono raccontati con sfarzo di costumi, ricostruzioni d’epoca, colonna sonora operistica e Enrico Caruso come guest star. Ma la sostanza è poca, oltre che amministrata con irritante ripetitività. Jeremy Renner è il mago Orlando, cugino del magnaccia e sua controparte gentile. Ma è subito chiaro che da questa simpatia uscirà un male peggiore. L’unico motivo per vedere “C’era una volta a New York” si chiama Joaquin Phoenix, ancor più ammirevole in un film dove tutti recitano sopra le righe. L’unico con un ruolo che gli consente un arco drammatico, invece della monotonia che paralizza il resto del cast. Vederlo è sempre un piacere, in attesa che arrivi finalmente “her” di Spike Jonze. Dove Samantha la voce dello smartphone – Scarlett Johansson, e non l’hanno neppure candidata agli Oscar – procura più emozioni delle lacrimucce che Marion Cotillard strappa agli spettatori sentimentali con questo film.

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