LA VITA DI ADELE

LA VITA DI ADELE

Siamo rimasti incantati dal film, da Léa Seydoux e Adèle Exarchopoulos, dalla lunghezza delle scene (annotatevi la frase, non la sentirete a proposito di altri registi). Sorvoliamo sul dibattito “il maschilista Kechiche ha maltrattato le sue attrici?”: un set non è una prigione con le sbarre, e nelle immagini della Palma d’Oro a Cannes, divisa tra il presunto orco franco tunisino e le presunte vittime, i baci e gli abbracci son sinceri. Lasciamo ai cultori della materia l’accusa di Julie Maroh, che firma la graphic novel all’origine del film (“Il blu è un colore caldo”, da Rizzoli-Lizard che compie in questi giorni 20 anni): lesbismo come lo sognano i maschi, riveduto e corretto per ben figurare sullo schermo. Anche quando insegue l’assoluta naturalezza – e Kechiche in questo è un campione – il cinema rimane una messa in scena: composizione, luci, ciak ripetuti. Non ci avrete neppure su “lo sguardo caldo e pittorico che annulla ogni voyeurismo”. Perché le scene di passione carnale dovrebbero essere innocenti? Non abbiamo sentito lo stesso trasporto per “Lo sconosciuto del lago” di Alain Guiraudie, che con la stessa disinvoltura mostrava maschi nudi. Il precedente film di Kechiche mostrava la Venere Ottentotta, schiava africana che a Parigi divertiva il popolo e gli intellettuali dimenando le enormi chiappe (prima di essere misurata da viva e da morta alla facoltà di medicina e antropologia). Danze che si potevano ridurre a poche immagini. L’insistenza metteva lo spettatore nella posizione del voyeur: curioso come ieri, con la vergogna di oggi. Se una ragazza come Adele magia torte e cucina pentolate di spaghetti infischiandosene delle diete, potrà pure rotolarsi nel letto con la morosa per più tempo di quello che l’usuale galateo cinematografico consente. Sbrigata così la scena di sesso, vorremmo segnalare la maestria con cui Kechiche racconta le fisime delle artiste con i capelli blu e i genitori radical chic. A contrasto con le ragazze che fanno le magistrali e insegnano ai ragazzini. “La vita di Adele” è un riuscitissimo studio di due caratteri e di due volti sempre in primo piano: quando piangono con il moccio che cola dal naso, quando ridono, quando si divorano con gli occhi, quando scoppia la gelosia. Lo abbiamo lodato abbastanza per rendervi il film antipatico, e siamo sicuri che uscirete dalla sala trovandogli difetti a piovere.

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