IL QUINTO POTERE

IL QUINTO POTERE

Un genio maligno come quello di Cartesio – uno che passava il tempo a ingannarci simulando la realtà come noi la conosciamo, mentre fuori era un deserto come in “Matrix” – non avrebbe saputo fare meglio. Il film sulla vita e le malevoli imprese dello spione Julien Assange, che ha già sconfessato il film bollando l’attore Benjamin Cumberbatch come “servo degli americani” (gli hacker democratici imitano i dirigenti del partito comunista sovietico, ebbene sì), esce mentre scopriamo che Barack Obama spia pure i suoi alleati. Oltre a noi tutti, nobili e alteri cittadini della vecchia Europa. E dunque strilli, scandalo, editoriali puntuti, dichiarazioni risentite da una parte e imbarazzate dall’altra, strappo che forse non si riuscirà a ricucire (ma quando mai?), minaccia di rappresaglie commerciali (ma stiamo scherzando?). Spiare si è sempre spiato, badando magari a non farsi scoprire. Diverte piuttosto il contorcimento di chi considera Wikileaks una cosa buona e giusta, atteggiandosi a verginella quando i capi di stato non si fidano ciecamente l’uno dell’altro. Diverte chi non ha ancora capito – e Jeremy Bentham lo aveva spiegato già nel settecento – che la trasparenza assoluta sta alla base del carcere e degli stati totalitari. Mentre la privacy è altamente democratica. Se ne deduce che il grido “intercettateci tutti” è un’idiozia. E francamente: se qualcuno deve ascoltare le nostre conversazioni telefoniche, preferiamo che a farlo siano i servizi segreti americani che i magistrati italiani. Accertate le contraddizioni in seno al popolo democratico, va detto che il film di Bill Condon mostra soprattutto schermi di computer (e gente che non sta mai ferma, a Berlino come altrove, a compensare le indecifrabili stringhe di numeri e caratteri). Il quinto potere sarebbe in realtà il quinto stato, calcolando dalla rivoluzione francese: clero, nobili, popolo, stampa, spioni che rendono pubblici i dossier su cui mettono le mani. Giusto per evitare il cozzo contro “Quinto potere”, titolo italiano del film di Sidney Lumet che nel 1976 denunciava gli orrori della televisione, in originale “Network”. Assange avrebbe dovuto ammirare Benedict Cumberbatch, grandioso negli sguardi da nerd paranoico sempre pronto a inventare un trauma diverso per il capello candido (alla fine scopriamo che è bianco ossigenato). Appena esce di scena scatta lo sbadiglio.
 

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