TWO MOTHERS

TWO MOTHERS

Qualche sera fa un ascoltatore della Zanzara – tipologia “quando sono al casello di Carisio mi voglio sbellicare” (bisogna sapere che Carisio conta 839 abitanti ed è in provincia di Vercelli), spernacchiando chi telefona per tentar di indottrinare Giuseppe Cruciani e David Parenzo – ha posto la grande questione. Meglio le MILF? L’acronimo sta per “Mothers I’d Like to Fuck” coniato in “American Pie”: “madri a cui dare volentieri una ripassata”, lo mettiamo tra virgolette se no Laura Boldrini manda i carabinieri ad arrestarci. O meglio le cougarotte? Trattasi qui di vulgata da casello di Carisio per coguar, giaguara e per esteso signora che apprezza la carne fresca, come Courteney Cox nella serie “Cougar Town”. Naomi Watts e Robin Wright (seconda signora Sean Penn, la prima era Madonna che ora si fa cacciare dai festival perché manda sms e dice “sto lavorando”) sono decisamente MILF. Siccome vivono in un paradiso australiano dove nessuno sembra lavorare e tutti passano le giornate a fare surf o ad abbronzarsi sulla pedana galleggiante, si innamorano l’una del figlio dell’altra. Viene in mentre la battuta di “L’importanza di chiamarsi Ernesto”: “Perdere un genitore è una disgrazia, perderne due è imperdonabile distrazione” (in questo caso sembra scelta estetica, le signore son convinte di aver partorito giovanotti che gareggiano in bellezza con le statue greche). Una lo fa per una fitta di passione, l’altra ricambia per dispetto. “Abbiamo superato il limite” concordano, sempre con l’aiuto dello sceneggiatore che nel kitsch sguazza, pensando che in fondo l’affitto bisogna pagarlo, che la regista francese è al suo primo film inglese, quindi un po’ di french perversion risulta gradita. Continuano, comunque, sennò il film dovrebbe cominciare e finire qui. Invece la prende larga. Le amichette d’infanzia con i costumini e i cappellini di paglia ridono sullo stesso sentiero che poi percorreranno da grandi, oppresse (nei limiti di un film-favola) dal senso di colpa. Gli spettatori maschi sbuffano dalla prima scena. Le spettatrici femmine calcolano il giro-coscia e la tenuta muscolare di Robin Wright, distraendosi perfino dai due muscolosi ragazzi, uno dei quali è anche versato nell’arte drammatica. Era più divertente Isabelle Huppert, gallerista chic che nel precedente film della regista – “Il mio peggiore incubo!” – si innamorava del tamarro in canottiera nera.

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