BLACK STAR – NATI SOTTO UNA STELLA NERA

BLACK STAR – NATI SOTTO UNA STELLA NERA

L’unica squadra al mondo di rifugiati? Ma non scherziamo. Davvero il regista Francesco Castellani (scrive assieme a David Turchi) pensano che un campetto di calcio a Pietralata abbia una storia originale da raccontare? Ebbene sì, la voce narrante appartiene al campo di calcio, nella serie “perché metter giù uno straccio di trama e lavorare sui personaggi così che magari si distinguono uno dall’altro, quando basta un mezzuccio per sentirsi autori?”. Nel 2004 da Neri Pozza era uscito “Rifugiati Football Club”, reportage di Warren St. John, giornalista del New York Times. Raccontava la cittadina di Clarkston, Georgia, prima tappa americana per famiglie in fuga dall’Etiopia, dal Burundi, dall’Afghanistan, dall’Iraq, dal Sudan e dalla Somalia. La squadra ha per nome Fugees, l’allenatrice è una donna giordana con studi in Usa, le regole dicono: “Non berrò alcol, non fumerò, non mi drogherò, non metterò incinta nessuna, i miei capelli saranno sempre più corti di quelli dell’allenatore”. Già ci son più idee che nell’ora e mezza di “Black Star”: i film non si giudicano dalle intenzioni (sempre lodevoli, quando poi ci sono di mezzo gli immigrati, gli italiani, e il calcio che unisce – ma quando mai, negli stadi ci si insulta – ogni parola di critica dimostrerà che sei nata con una pietruzza al posto del cuore). Neppure si giudicano dal tempismo: “Black Star” esce nelle sale dopo la sciagura di Lampedusa, e sembra che alla fine il “Monumento al migrante ignoto” sia lì per ricordarcelo. Non bastasse a far da precedente la squadra dei Fugees, la settimana scorsa è stato presentato al Film Festival di Amburgo il documentario “Lampedusa auf St. Pauli”, confezionato da Rasmus Gerlach. La storia di 80 rifugiati africani arrivati sull’isola e poi ripartiti per Amburgo, con visto turistico rilasciato dall’Italia (più meno quando i francesi decisero di chiudere la frontiera a Ventimiglia, e mai nessuno che faccia una bella inchiesta sul perché l’Italia è una tappa necessaria, mai la meta di chi scappa da guerre e miseria). Hanno trovato alloggio in una chiesa, la squadra del quartiere ha donato coperte e maglie per disputare qualche partita amichevole. La non originalità sarebbe comunque il meno. Peggio il ragazzino nero che chiede qualcosa da leggere: “Balzac, Camus, Dumas padre”. Quando nei film italiani si parla di libri è sempre un disastro.

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