SACRO GRA

SACRO GRA

Un’intervista da montagne russe. Punte di autoironia da segnare sul taccuino delle citazioni: “Una volta a New York ho sentito una mamma che minacciava il figlio indeciso sul film da noleggiare: sbrigati, o prendo un documentario” (fa il paio con il tizio che in fila davanti a noi disse, con piglio da piccolo Derrida che aveva capito tutto: “A volte i cortometraggi sono più lunghi dei lungometraggi”). Abissi di banalità da far arrossire: “Nei lavori precedenti ho filmato degli archetipi. Qui ho invece cercato una sfida narrativa precisa: non volevo una trama, né un inizio del racconto né una fine riconoscibili. Soprattutto non volevo che dei miei personaggi si sapesse o capisse nulla del loro passato, presente e futuro”. Le interviste, lo sappiamo, non vanno prese come Vangelo: c’è sempre il giornalista che ritrovandosi con frasi poco roboanti decide che un “emblematico” servirebbe e lo piazza di sua iniziativa. Gli archetipi filmati (saranno come le figurine che i nonni usavano alle elementari per imparare l’alfabeto? O come ombra, F come Femmina) e lo schiaffo alle regole della narrazione in una sola risposta sono ridicoli. Quanto al “volevo non si sapesse nulla dei personaggi”, lo spettatore ha la tentazione di confermare: missione compiuta. Ormai nel cinema italiano, e spesso anche nella patria editoria, riescono solo le Operazioni. Non importa se “Sacro GRA” sia bello o brutto. Se sia noioso o divertente. Se si poteva fare meglio. Se si poteva evitare la finta e maldestra spontaneità. Se nel genere si poteva premiare Errol Morris per “The Known Unknown”. Contano l’annuncio e la profezia che si autoavvera. “Sarà l’anno del documentario”, disse Alberto Barbera annunciando il programma della Mostra veneziana. E documentario fu, premiato con il Leone d’oro dalla giuria, presidente Bernardo Bertolucci. Se il bel cinema sta da un’altra parte, tanto peggio per lui. Noi celebriamo gli svitati del Grande Raccordo Anulare. Sulla fiducia: mai una cartina mostra dove esattamente si trovino le palme malate, o le anguille, o il portantino che pretende dall’amica in chat parole allegre (“l’ultimo che ho raccattato aveva il cervello non ti dico come”). Michele Monina e Gianni Biondillo fanno notare che le tangenziali di Milano le avevano percorse a piedi (la prova? un libro Guanda del 2010). Gli spettatori della tv segnalano che di matti, collezionisti, nobili decaduti, accumulatori di cianfrusaglie, ne vedono ogni pomeriggio.

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