L’INTREPIDO

L’INTREPIDO

Facciamo che io ero, facciamo che tu eri”, dicono i bambini quando giocano. Facciamo che Gianni Amelio era un regista che non sputa sui critici quando fanno i critici, salvo considerarli gente degnissima quando considerano i suoi film capolavori. Facciamo che io ero uno spettatore pagante, deluso e voglioso di elencare le cose che in “L’intrepido” lasciano basiti (senza finire sulla lista nera: “vi conosco uno a uno”). Le cose son parecchie, procediamo. Se c’è una bottiglia sul tavolo, e uno vuole bere per dimenticare, non pronuncia la frase da raccapriccio “Dammi del vino”. Se uno legge sul giornale una notizia sconvolgente, non c’è bisogno di fargli tremare tra le mani il quotidiano fino a spazientire lo spettatore. Se a una ragazza fanno male i capelli perché è precaria, quindi decide di suicidarsi, immaginiamo che alla morgue non arrivi un drappello di fotografi a curiosare. A meno che non sia figlia di un politico, o di un Rothschild. Nel qual caso però sarebbe ben sistemata con un contratto a tempo indeterminato, quindi l’atroce tormento non ha ragione di esistere. Se si vogliono lanciare attori giovani, bisognerebbe accertarsi delle loro (anche minime) doti drammatiche. Se uno fa lavori di rimpiazzo, e ha una specie di pappone che glieli procura, fa parte dei diritti dello spettatore sapere come li scova, come li distribuisce, quanti disgraziati come il signor Pane ha al suo servizio (Pane, sì, nel caso non avessimo capito la faticosa caccia al pane quotidiano). Se poi il pappone sparisce, vorremmo sapere come il disoccupato Pane se li procura da solo, visto che continua a svolgerli, guidando il tram a Milano o vestendosi da cagnone per far divertire i bambini. Se uno vede un bambino venduto, denuncia i colpevoli alla polizia. Se si vuole proprio parlare di libri, e non sarebbe necessario, non c’è bisogno di telefonare allo spettatore del ceto medio riflessivo che “i libri sono sempre qualcosa di speciale”, perché come esistono i film brutti esistono i romanzi brutti. Se proprio si vuole girare una scena notturna in uno stadio, bisogna sapere che certe cose riescon bene solo ai registi americani: gente che mai in una sceneggiatura scriverebbe “Io tifo per i tifosi. Danno un senso alla loro giornata”. A meno che non voglia telefonarci che una ragazza è saccente, antipatica, antropologicamente superiore.   

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