ALEX CROSS

ALEX CROSS

A volte spariscono. Dopo “I fratelli McMullen” e “She’s the One” (“la ragazza giusta”, versione femminile di “Mr Right”, ribattezzato per gli italiani “Il senso dell’amore”, neanche fosse l’ultimo film di Terrence Malick), Edward Burns era uno sceneggiatore, regista e attore molto promettente. Oltre che assai leggiadro nella sua irlandesità: non si capisce perché non sia diventato, perlomeno, un habitué delle commedie romantiche (i direttori del casting devono tutti pensarla come Orson Welles, che odiava l’Irlanda in patria e all’estero, con tutto quel verde, i leprecauni, le pentole d’oro sepolte dove finisce l’arcobaleno). Lo si vedeva al Sundance, coccolato da Robert Redford molte tinture fa. Lo ritroviamo in questo film detective a Detroit, in coppia con Tyler Perry: classica infanzia difficile a New Orlèans, Oprah Winfrey che gli fece venire la voglia di diventare scrittore (armato di dizionario scrisse la sua prima pièce teatrale), gran successo al botteghino travestito da matriarca afroamericana nei film dove impersona Mabel Simmons detta Madea. “Mi sono ispirato alle donne della mia famiglia”, dice. Lo comandavano a bacchetta, gli hanno insegnato a essere un buon cristiano, lo hanno reso ricco, famoso, e showrunner di due sitcom, “Tyler Perry House of Payne” e “Meet The Browns” (purtroppo, con tanta roba da vedere, le serie fatte dai neri per i neri sono rimaste in fondo alla lista). La coppia indaga, guarda un po’, su un serial killer. Un tizio che lascia come firma disegni simil-Picasso, dopo aver torturato la vittima mozzando le dita smaltate: una serviva per aprire la cassaforte, dove la ragazza teneva il back up del computer, il resto va imputato al sadismo del criminale (noi che i back up non li facciamo dormiamo più tranquille, l’importante è farlo sapere allo sciagurato che ti rimorchia, e comunque non abbiamo in camera da letto certe statue che farebbero venire a chiunque cattivi pensieri). Alex Cross è una vecchia conoscenza. Viene dai romanzi di Alex Patterson già portati sullo schermo da Gary Fleder (“Il collezionista”, 1997) e da Lee Tamahori (“Nella morsa del ragno”). In entrambi il detective aveva i nei di Morgan Freeman, francamente un po’ venuto a noia. Meglio Tyler Perry, che decifra gli indizi come Sherlock Holmes e ha una famiglia troppo felice per non ingolosire il maniaco.

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