OGGETTI SMARRITI

OGGETTI SMARRITI

Perdere un genitore è una sfortuna. Perderne due è sbadataggine”. Così il sommo Oscar Wilde, in “L’importanza di chiamarsi Ernesto”. All’ufficio degli oggetti smarriti non lo sanno e tormentano il chiamante con il gioco “domanda domandina”: per oggetti grandi premere il tasto uno, per oggetti piccoli premere il tasto due, per esseri viventi premere il tasto tre, un’antipatica canzoncina da centralino tra un’opzione e la successiva. Tranne scoprire che tra i viventi sono compresi funghi e protozoi, non bambine di sei anni affidate al padre puttaniere dalla madre indaffarata. “Perché hai lo specchio sopra il letto?” è la prima domanda della piccola. La seconda: “Perché hai le foto delle poppe di mamma appese alla parete?” (il genitore esita tra “non sono le poppe di mamma” e “si tratta di un’opera d’arte”). Finalmente la polizia risponde, e dall’altra parte c’è un agente che mette in pratica le “Sette regole per ritrovare le cose perdute” enunciate durante i titoli di testa. Chiunque abbia la dimenticanza facile ha i suoi, in tutte la gamma tra il fioretto e la maledizione. Queste prevedono – tra le altre – che l’oggetto si trovi là dove deve essere, caso meno raro di quanto sembri (capita quando nascondiamo le cose preziose così bene che non le ritroviamo neppure noi, tecnica che tornerà utile per trascorrere le lunghe giornate dell’Alzheimer, i soldi o la borsetta sono nascosti in posti assurdi, parimenti inaccessibili ai ladri e ai legittimi proprietari). “Non è l’oggetto a essere smarrito, smarriti siete voi” è la seconda regola, purtroppo anche questa sperimentata. Gli occhiali sono sul naso, il cellulare sparito dal taschino della borsetta sta in mano mentre lo stiamo cercando. E naturalmente c’è il metodo con cui Auguste Dupin nei “Delitti della Rue Morgue” di Edgar Allan Poe indovinava i pensieri altrui: andare a ritroso, cercando di visualizzare dove e quando l’oggetto è stato usato l’ultima volta. Giorgio Molteni ha scritto il film e lo ha girato con un budget bassissimo, circa 350 mila euro. Va visto quindi con l’occhio di riguardo che si deve al raro cinema indipendente italiano. La sceneggiatura parte bene, con originalità che merita un remake. Fino a quando svolta verso il surreale, inventandosi un limbo dove vanno perdute le cose davvero importanti – come la figlia di cui il genitore non possiede nessuna foto (“non era nelle mie priorità durante il trasloco”).

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