THE LONE RANGER

THE LONE RANGER

Butta male fin dalla cornice. Un petulante ragazzino in costume da cow boy e maschera nera sugli occhi si aggira in una fiera di inizio Novecento, dove viene celebrato a pagamento il selvaggio west. L’indiano in posa da statua vivente si anima e racconta la vera storia di Tonto. Il ragazzino ascolta con ammirazione, lo spettatore grandicello sospetta di essere fuori target per l’ultimo film Disney, ambientato quando i capitalisti costruivano le strade ferrate disturbando gli spiriti dei pellerossa (qui giace il regista Gore Verbinski, che aveva saputo rinnovare il genere con il divertentissimo “Rango”). In cerca di un altro personaggio camp dopo la saga piratesca e caraibica, Johnny Depp ha un corvo morto in testa, la faccia spalmata di argilla, la ferma intenzione di rendere omaggio alla nonna cherokee. Lo affianca Arnie Hammer, ranger mascherato che fa ridacchiare chiunque lo incontri. Tecnicamente, è l’ennesimo zombie che infesta gli schermi: era morto, le cure dell’indiano Tonto lo hanno riportato in vita, dovrebbe raddrizzare i torti e aiutare la giustizia come accade nei film di supereroi. Serve l’intero e lunghissimo film perché si convinca a farlo, mentre il buon selvaggio Tonto – così la targhetta nel diorama – dà fondo a tutte le sue freddure e ripete la gag del corvaccio da nutrire. Il personaggio del Cavaliere Solitario nacque in radio, nel 1933, totalizzando qualche migliaio di episodi prima di migrare in tv e poi al cinema. Era l’eroe titolare, combatteva i malfattori assieme al compagnuccio Tonto e al cavallo Silver. Qui fa da spalla comica e da eroe renitente: si capisce che avrebbe preferito restare vivo e sedurre la cognata che ama in segreto (quel tipo di segreto a tutti evidente: del resto nessuno mai riconosce Zorro sotto la benda nera, o Clark Kent con gli occhiali da giornalista). Dieci anni fa “I pirati dei Caraibi” fece risorgere un genere considerato veleno al botteghino, adattando per lo schermo un parco a tema brevettato dalla Disney. E’ evidente il tentativo di trovare un’altra miniera d’oro, investendo un budget stratosferico. Nella sua furia revisionista, ambientalista e politicamente corretta, “The Lone Ranger” risulta un patchwork di scene d’azione e di siparietti comici, con le cuciture delle pezze in vista. Farà il cammino all’incontrario, e diventerà una redditizia attrazione per le famiglie in visita a Disneyland.  

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