TRA CINQUE MINUTI IN SCENA

TRA CINQUE MINUTI IN SCENA

Due sono i momenti ad alto rischio, nella creatura umana che abbia deciso di astenersi dal romanzo, dalla regia cinematografica, da qualsiasi forma più o meno nobile di racconto dei fatti propri. Uno coincide con i brufoli, con il primo amore, con la prima delusione o tradimento. L’altro capita quando un genitore invecchia, ridiventa un bambino bisognoso di accudimento e soffre per l’Alzheimer (che come ogni grande tragedia ha un senso dell’umorismo tutto suo; ti brucia i neuroni, ma non proprio tutti: te ne lascia quanto bastano per soffrire). E’ un dato di fatto, non un appunto mosso al film dove la regista esordiente Laura Chiossone – prima girava spot pubblicitari – racconta l’indomabilità e l’imperiosità di certe vecchiette. Cieche, immobili, golose fino a star male perché mangiano e dimenticano, mal disposte verso il mondo e verso la figlia che si improvvisa badante, tra una prova in teatro e l’altra (i badanti veri si sono innamorati, vedendosi al cambio di turno, e quando litigano spariscono). La madre – in scena e nella realtà, l’accudimento viene replicato nel copione teatrale che si sta provando – ha l’accento di Teresa dei Legnanesi. La figlia lo ha corretto con i corsi di recitazione. In compagnia, la matura attrice con foulard che “ha lavorato con Giorgio” e dai registi vuole essere dominata, più l’incapace scritturata con un secondo fine (non quello che immaginate). Sono le battute della mamma a reggere il gioco, nei dialoghi che la figlia cerca di avviare, tra una disperata ricerca delle chiavi – nella tasca del grembiule? nel cassetto? nel vaso di fiori? – e una pipì sempre da fare. “Raccontami cosa ti regalava papà?”. “Papà mi metteva le corna, altro che regali”. La figlia fa l’attrice perché la mamma avrebbe voluto recitare, quando da piccola non era abbastanza brava si sentiva dire “io striscio la lingua per terra per farti studiare, devi essere la prima in tutto”. La memoria cede, tranne che sulle parole del “Tango delle capinere”. Sul naso, un paio di inutili occhiali per vedere i film in 3D, che assieme alla pettinatura danno alla novantenne un’aria punk. L’attrice Gianna Coletti ha portato sul set la sua vera madre, Anna. Altre avventure e dialoghetti tragicomici sono nel suo blog “Mamma a carico”. L’ultimo racconta che la madre non ricorda di aver girato un film, ma è tutta ringalluzzita all’idea di firmare autografi.

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