LA QUINTA STAGIONE

LA QUINTA STAGIONE

L’inverno minaccia il suo arrivo, in “Game of Thrones” di David Benioff e D. B. Weiss, d’après George R. R. Martin. Nel romanzo “Io sono febbraio” di Shane Jones (lo pubblica Isbn) l’inverno non se ne va mai, mentre certi scagnozzi locali impediscono di volare, anche agli aeroplanini fatti con la pagina di giornale. Ovvio che un ragazzino ribelle munito di aquilone romperà l’incantesimo e anche i cuori si sgeleranno. Non in questo film, girato da un belga e da un’americana che già avevano fatto un giretto nelle steppe mongole con “Khadac”. Qui tutto va a catafascio. Ma se riuscite a vedere “La quinta stagione” dimenticando le parole dei catastrofisti, che già stanno usando il film come carne da dibattito, potreste apprezzarlo come l’abbiamo apprezzato noi. Pur nella sua lentezza, e nella sua estetica da tableau vivant. I registi usano pochissime parole e amano le inquadrature fisse, siamo noi a dover cercare il dettaglio incongruo o la controscena. Per mettere in guardia dalla rovina ecologica sarebbe bastato fare un brutto film come quello di Al Gore. Sul fatto che il riscaldamento globale abbia come conseguenza il gelo, come si vede qui e come si vedeva in “L’alba del giorno dopo” di Roland Emmerich, abbiamo smesso di indagare: “Credo quia absurdum” sta tra i caposaldi della fede. Siamo in un villaggio dimenticato delle Ardenne, il falò dovrebbe dare addio all’inverno ma la legna non si accende. Pessimo segno: la primavera, annunciata da padre e figlio che in macchina cantano l’aria di Papageno dal “Flauto magico” (da noi, nei film di Moretti e no, solo canzonette), non fa nascere i lillà da terra morta, e il cibo scarseggia. L’uomo che nella prima scena faceva colazione con un gallo sulla tavola, bevendo caffè e ripetendo il suo verso, ora pensa di cucinarlo allo spiedo. Qualcosa ricorda “La lotteria”, lo splendido racconto di Shirley Jackson che 65 anni fa sconvolse i lettori del New Yorker. I lettori che avevano capito scrissero lettere inviperite, qualcuno rinunciò all’abbonamento. Chi non aveva capito esattamente in cosa consistesse la lotteria scrisse per avvertire che l’impaginatore aveva saltato le ultime righe (se non l’avete già letto, da Adelphi). Un corredo di maschere e pupazzoni carnevaleschi aggrava il senso di minaccia, ed è chiaro che i due registi hanno ben presente Bruegel e i fiamminghi.

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