L’UOMO D’ACCIAIO

L’UOMO D’ACCIAIO

E’ una meteora? E’ un asteroide? E’ Superman? Ma no, scemi: è Cristo, lo si capisce da come ascende al cielo, piazzandosi qualche metro sopra gli umani che lo hanno appena avviato al martirio. Lui però li ama lo stesso, e ha deciso di schierarsi dalla loro parte, se necessario sacrificando la propria vita a 33 anni soltanto. Papà, quello adottivo, gliel’aveva detto: era meglio restare nascosti, non mostrare i superpoteri, prenderle dai bulli, lasciare che il compagno di banco anneghi quando il pullmino della scuola finisce nel lago. Quando vola invece il nostro eroe mantiene la posizione orizzontale, ma deve fare un sacco di prove prima di calibrare le forze, puntare al bersaglio, atterrare senza distruggere metri d’asfalto. Il papà vero, sul pianeta Krypton – una brutta copia del pianeta Avatar, grigio ferro, con bassorilievi da realismo socialista e un uovo che funge da veggente tridimensionale, mostrando un bambino quando una donna sta per partorire – aveva riposto nel neonato Kal-El tutte le speranze. Prima della catastrofe ecologica, durante l’orgia del potere scatenata dal fratello generale Zod, lo aveva chiuso in una capsula e mandato sulla terra. Riapparirà più tardi, sotto forma di ologramma, per dare utili consigli stretegici (anche a Lois Lane, giornalista da premio Pulitzer sulle tracce del giovanotto misterioso, per cui ha subito un debole). Zack Snyder di “300”, con la complicità di Christopher Nolan di “Inception”, indugia un po’ troppo sugli antefatti, e sulla dittatura kryptoniana: le nascite sono sotto controllo dello stato, ognuno viene al mondo con un compito preciso, il libero arbitrio non esiste. Il 3D affatica, il fracasso pure, un bel taglio alle scene iniziali avrebbe condotto subito ai drammi e alle battaglie che avvincono. L’ultima quasi rade al suolo New York, tanto che Variety ha aperto il dibattito: si tratta o no di sfruttamento dell’11 settembre? Al confronto, la battaglia finale in “The Avengers” di Joss Whedon era trascurabile per quantità di macerie. “Superman” al cinema non ha una buona fama, viaggia accompagnato da una certa sfiga. Forse per questo, in un ultimo decisivo atto di revisionismo, apprendiamo che sul petto dell’eroe non c’è una S, ma un simbolo che su Krypton significa “speranza”. Con la nuova tuta, gli addominali e i bicipiti potenziati al computer, Henry Cavill non porta la pace ma la spada. 

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