DREAM TEAM

DREAM TEAM

“Tutto ha avuto inizio quando ero al Milan. Berlusconi mi chiamava Scarsidane”. Lo confessa un calciatore paranoico al suo analista, il quale per l’ennesima volta gli spiega di non allarmarsi. I compagni di squadra ti assaltano dopo che fai gol, ma non hanno cattive intenzioni. Lui di segnare punti aveva smesso da tempo, temendo le conseguenze. Gli altri calciatori, chi più chi meno, hanno i loro guai, come l’allenatore che li recluta. Un ex campione in cerca di fissa dimora e di un impiego, dopo che lo hanno appena cacciato dalla tv dove aveva trovato rifugio come tanti. In cerca di una vita regolare che gli consenta di vedere ogni tanto la figlia accetta di allenare una squadra scalcinata della Bretagna. “La piccola Bretagna, non la Gran Bretagna”, precisa a un collega che già si faceva illusioni. Il team locale, per forma e preparazione atletica, viene all’inizio scambiato per un gruppo di curiosi che vuole assistere agli allenamenti. Da qui il bisogno di cercare rinforzi. Tra i giocatori finiti male, quindi bisognosi di una seconda occasione (anche se ancora loro non lo sanno, lo spettatore ha già sgamato il seguito). Uno ha il cuore debole, la moglie che lo comanda a bacchetta lo lascia andare credendo che non toccherà il pallone, proibito anche ai figli, e si dedicherà alla thalassoterapia. Un altro vorrebbe fare l’attore, ma si imbarazza quando c’è una scena gay. Un terzo a furia di finte e controfinte ha tirato il calcio di rigore nelle mani del portiere. Il quarto sniffa cocaina e accetta solo per servire la causa rivoluzionaria. Prima difficoltà: i calciatori locali chiedono l’autografo ai compagni di squadra venuti da lontano, e durante gli allenamenti si fermano a guardarli. “Dream Team” – “Les Seigneurs” in originale – ricorda “Lagaan” di Ashutosh Gowariker: un gruppo male assortito di indiani imparava il cricket per giocare contro gli inglesi, in palio l’esenzione dalle tasse per un paio d’anni. Ricorda tutti i film con la squadretta di provincia che allenandosi stringendo i denti porta a casa la coppa. Ricorda tutti gli altri film dove la sana vita di provincia tra i rudi pescatori, o contadini, sana le magagne provocate da troppi soldi e troppo successo. Dirige Olivier Dahan, il regista del thriller “I fiumi di porpora” e di “La vie en rose”, sull’infelice vita di Edith Piaf. Evidente il tentativo – non riuscito - di rifare con un supercast il successo di “Quasi amici”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi