CHA CHA CHA

CHA CHA CHA

Confessiamo: abbiamo visto il film con un certo divertimento. Tra altre pecche abbiamo il gusto dell’orrido, e come Totò che prendeva gli schiaffi al grido di “voglio vedere fin dove vuole arrivare” anche noi ogni siamo colpiti da quel tipo di schizofrenia. Vorremmo andarcene, eppure restiamo. Non solo per il dovere del cronachista. In noi vive la speranza di venire ripagati con scene da bassa antologia. Se fossimo andati via al primo sbadiglio ci saremmo persi Luca Argentero sorpreso da un paio di cattivoni mentre si insapona nella doccia, quindi costretto a combattere come Viggo Mortensen in “La promessa dell’assassino”. Nudo e ancora gocciolante – l’originale mollava l’asciugamano nella sauna, e la coreografia era un pochino meglio. Fa parte delle “motivazioni di vendita”, la frasetta che i programmi editoriali mettono in calce a ogni titolo, per spiegare ai librai che una cospicua ordinazione verà prontamente esaurita (tour promozionale dello scrittore, successi precedenti, sesso, scudisciate, nome dei recensori che garantiscono lodi sperticate). Eravamo sul punto di andarcene quando Eva Herzigova balla al ricevimento, tra una puttana vestita da suora e Shel Shapiro che fa se stesso (colonna sonora, potevate scommetterci: “Ma che colpa abbiamo noi”). Intanto il figliolo adorato finisce sotto una macchina, e il telefonino recante la ferale notizia squilla invano. Non siamo scappati, e abbiamo potuto vederla nella parte della mamma affranta che con la pelliccia copre il cadavere, inquadrato di piedi nella posa del Cristo dipinto dal Mantegna. Va da sé che la recitazione risulta inversamente proporzionale alla drammaticità delle scene. La mamma “profumi e balocchi” ha avuto quel che le spettava. Così impara a lasciare il poliziotto Corso-Luca Argentero per il riccone Pippo Delbono, ormai affezionato al ruolo di torbido capofamiglia, “uno di quelli che lavorano nell’ombra e decidono le sorti del paese” (lo aveva già fatto in “Io sono l’amore” di Luca Guadagnino, nelle intenzioni del regista – prontamente colte dai recensori - il personaggio era ispirato all’avvocato Agnelli). Entra in scena Claudio Amendola, ispettore con tendenza all’insabbiamento, alle minacce, ai colloqui in luoghi deserti. Chiare le intenzioni: “Ripartiamo dal cinema di genere”. Solo da noi però i film che dovrebbero intrattenere son carichi di moralismo.   

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