MIELE

MIELE

Nicholson Baker ha un’ossessione per le stringhe (“come mai una si rompe sempre prima dell’altra?) e altri dettagli che solitamente trascuriamo. Nella raccolta “Un po’ di testa non guasta” c’è un saggetto sulle librerie che nei cataloghi dei salotti fanno da sfondo ai divani. Prende la lente di ingrandimento e cerca di decifrare i titoli. In questo film non abbiamo bisogno della lente. La libreria dell’ingegnere ha una collezione di Adelphi pastello e una di candidi Supercoralli Einaudi. Più certi tomi verdi di cui non si riesce a leggere il titolo dorato, potrebbero essere Utet. La libreria nella casa del giovane paraplegico allinea i dorsi gialli della collana Stile Libero. L’angelo della morte Irene – nell’esercizio delle sue funzioni si fa chiamare Miele – neanche li degna di uno sguardo. Troppo occupata a fare avanti e indietro con il Messico dove compra il barbiturico a uso veterinario che userà con i richiedenti, a mettersi in tasca buste gonfie di biglietti da cento euro, a farsi rilasciare dichiarazioni dove il morituro dice di aver compiuto da solo l’insano gesto. Il debutto da regista di Valeria Golino (sarà a Cannes nella sezione “Un certain regard”) è girato in maniera professionale, con sovrabbondanza di primissimi piani che suggeriscono un passaggio in tv con dibattito a seguire. Più debole la sceneggiatura, tratta dal romanzo “Vi perdono” di Angela Del Fabbro (pseudonimo di Mauro Covacich) e firmata dalla regista con Francesca Marciano e Valia Santella. Un briciolo di motivazione, sul perché una ragazza giovane e bella intraprende una simile carriera, poteva servire. La routine si incrina quando Miele fa conoscenza con l’ingegnere, il depresso più di compagnia mai visto al cinema. Anche l’occasione per l’unica battuta cinica del film, davanti a un programma del pomeriggio: “Non vorrà mica morire perché non le piace la televisione?”. L’uomo stanco della vita è Carlo Cecchi, che porta con sé tutte le controindicazioni dell’attore di teatro prestato al cinema (faceva eccezione soltanto Vittorio Gassman, bravo a fare Otello, ma anche il cialtrone di “Il sorpasso” e la tenutaria toscana di premio letterario nei “Mostri” di Dino Risi). Jasmine Trinca sparisce dentro il personaggio, al cinema usa così. Carlo Cecchi fa il contrario: in ogni gesto si porta dietro il peso di tutto il Samuel Beckett che ha recitato.

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