OBLIVION

OBLIVION

Riconoscete le rovine. E’ un gioco da fare guardando “Oblivion”, più divertente se i rimasugli di New York non fossero così pochi e i deserti così estesi. E’ stata l’atomica, bellezza, che ha consentito agli umani di vincere contro gli alieni. Danno collaterale: l’inabitabilità della terra. Pezzi del ponte di Brooklyn, della Statua della Libertà, dello stadio emergono dalle sabbie, provando a replicare l’effetto “Pianeta delle scimmie”. Anche quei giardini da cui spuntava qua e là una colonna smozzicata o un vaso rotto: nel Settecento erano così di moda che non si trovavano più romanità o grecità genuine, per far fronte alla domanda le fabbricavano al momento. Divaghiamo, ma solo un po’: il film ha tali pretese, estetiche e filosofiche, che non sarà certo il ricordo del fascinoso saggio di Christopher Woodward intitolato “Tra le rovine” ad appesantirlo. Siamo nel 2077, Tom Cruise ripara i droni che proteggono le idrovore che succhiano dagli oceani la poca acqua rimanente. Macchinoso, ma sul satellite di Saturno dove gli umani han trovato rifugio, pare non abbiano da bere. Esce la mattina dalla sua piattaforma spaziale con piscina, bacia la compagna di missione, e via con il suo aeroplanino. A cosa serve una navigatrice in tacchi alti e tubino che a sua volta prende ordini da Melissa Leo? Ci si vergogna un po’ a dirlo, per un film che vorrebbe essere, se non il “2001: Odissea nello spazio”, almeno il “Blade Runner” o il “Mad Max” dei nostri anni. Guerra di dame, in una delle scene di gelosia più improbabili mai concepite. Anche l’altra femmina, unica sopravvissuta allo schianto di una navicella spaziale, non ha ben chiaro il dress code. Tom Cruise ha la tuta spaziale, sappiamo che tutto è contaminato, un omaggio floreale (ispirato al robottino Wall-E che corteggia Eve) viene buttato via, e Olga Kurylenko passeggia nel deserto del reale in canottiera. I pochi alieni abitano nei bunker, a parte qualche piuma in testa sono vestiti e rantolano come Darth Vader. Dalla fantascienza di design a quella apocalittica, nulla sfugge al regista Joseph Kosinski, che qualche anno fa aveva girato il seguito di “Tron” (e fu molto rumore per nulla). Poteva dimenticarsi l’inner space, lo spazio profondo dentro di noi? Certo che no. Primo sintomo: Tom Cruise che colleziona libri e vinili nel suo rifugio segreto. Casupola, laghetto, prato verde, lenzuola inamidate nel letto.

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