NOI NON SIAMO COME JAMES BOND

NOI NON SIAMO COME JAMES BOND

Strano oggetto cinematografico, girato da due amici di lunga data con la passione per Sean Connery (l’agente 007 rimasto nei loro cuori: era anche nei nostri prima che decidessimo di tradirlo con Daniel Craig). Dal 1985 si chiedono il segreto della sua eleganza e della sua immortalità, perché chi è apparso sullo schermo rimane splendido e immortale, mentre a noi toccano dolori e malattie. “Un personaggio di romanzo vive più a lungo di una ragazza”, spiegava Vladimir Nabokov ai suoi studenti dell’università di Cornell, leggendo dagli appunti perché a braccio non osava far lezione. Il documentarista Mario Balsamo e l’editore Guido Gabrielli indossano lo smoking e il cravattino, cercano di montare una tenda canadese sulla spiaggia, chiamano casa Connery cercando di farsi passare il loro eroe. Sono un po’ delusi quando Daniela Bianchi, la Bond girl di “Dalla Russia con amore” (dopo il rifiuto di Virna Lisi), in trattoria racconta che l’attore portava il parrucchino a 33 anni. Rivelazione che per la verità era già ben conosciuta dai bondologi (anche a quelli che non avendo occhi per vedere trovano brutto Daniel Craig). Cedimento chiama cedimento, comincia la parte malinconica del film: due malattie gravi, raccontate con partecipazione nei dettagli e negli strascichi. “Noi non siamo come James Bond” viaggia a bordo di una vecchia Mini presa in affitto da Sabaudia a Perugia, passando per “il bosco degli spiriti introspettivi” di Borgotaro. Rasenta qualche luogo comune sulla vita e sul cinema, oltre che sui rispettivi cuori messi a nudo, si riprende con scatti di autoironia. Altrettanto strano, come oggetto cinematografico, è “Tutto parla di te” di Alina Marazzi (il suo documentario d’esordio, il premiatissimo “Un’ora sola ti vorrei”, era costruito con i diari e le fotografie della madre suicida). Diverso il risultato: l’intreccio tra fiction e testimonianze sulle madri depresse soffre per le incertezze della sceneggiatura. Anche a prescindere dalla nostra insofferenza per Charlotte Rampling, nell’ennesimo ruolo fotocopia che ne sfrutta la maschera di dolore. Qualcuno, per favore, la faccia recitare in una commedia. E magari finiamo con la litania del fascino, o della disinvoltura con cui esibisce le rughe. L’abbiamo detto, già ci sentiamo molto meglio. 

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