IL VOLTO DI UN’ALTRA

IL VOLTO DI UN’ALTRA

L’ultimo film di Pappi Corsicato procura una sensazione che raramente si prova al cospetto dei film italiani. Dà l’impressione che ogni scena sia stata studiata per sedurre lo spettatore, non per piacere in prima battuta al regista e in seconda all’attore che la recita. Dà l’impressione che chi paga il biglietto conti qualcosa. E dunque bisogna incuriosirlo, intrattenerlo e – diciamo la parolaccia invisa alle centinaia di sedicenti autori – divertirlo. La maggior parte dei film italiani funzionano a circuito chiuso: scritti, diretti, girati, promossi senza farsi mai la fatidica domanda “ho fatto il necessario per convincere qualcuno a uscire di casa e a pagare un biglietto?”. Quando gli incassi scarseggiano, la diagnosi invariabilmente contiene le parole “qualità”, “pubblico reso becero dalla tv”, “strettoie della distribuzione”. La sensazione di essere accuditi è rara, noi ce la siamo goduta. Non vuol dire che “Il volto di un’altra” sia esente da difetti: un po’ osa e un po’ si pente, tenta strade almodovariane e le rettifica con un messaggio sulla nostra società che tiene in gran conto l’apparenza; gira benissimo le scene visionarie e grottesche all’interno della clinica, appena esce tra le montagne la fotografia risulta dilettantesca. Ma la grazia ricevuta per un film tutto da guardare – non un radiodramma che per qualche motivo ha preso la via del grande schermo – allontana la tentazione di infierire sulle debolezze. Laura Chiatti è una conduttrice tv, in crisi di nervi perché il suo programma sulla chirurgia plastica scende negli ascolti. Vogliono facce nuove, dice al marito Alessandro Preziosi, che nel format maneggia il bisturi in diretta tv. La plastica sarà necessaria dopo un incidente (auto contro cesso volato giù da un ponte: assurdo, ma almeno è originale, e quante altre attrici lo farebbero?). In clinica, si aggirano signore elegantemente bendate, come Linda Evangelista nel reportage fotografico di Steven Meisel, “Makeover Madness” (un regista che si ispira alla serie “Nip/Tuck” di Ryan Murphy e a un servizio di Vogue? altro lusso raro nel cinema italiano). Le infermiere hanno divise bianche ornate da occhi e orecchie argentate, in vago stile Piero Fornasetti. Più cinismo serviva per tenersi in superficie senza ravvedimenti, giocando con i generi del cinema e lasciando perdere l’asteroide da fine del mondo.

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