JIMMY BOBO – BULLET TO THE HEAD

JIMMY BOBO – BULLET TO THE HEAD

Siamo abbastanza affezionati a Sylvester Stallone – fin dal primo e lontano “Rambo”, quando ancora non era appesantito da bicipiti a canotto – per non aver voglia di vederlo mentre si sfinisce in allenamenti da boxeur. Temiamo che prima o poi gli capiterà qualcosa di brutto e non vorremmo assistere al crollo, quando l’accumulo di steroidi e altri piccoli aiuti si farà sentire – Sia quindi lode a Walter Hill, che gli regala una storia dove il passato conta, un po’ di muscoli pure, ma su tutto prevale l’autoironia. L’ha sceneggiata Alessandro Camon, figlio dello scrittore Ferdinando Camon, Da tempo vive a Los Angeles, dove ha lavorato come produttore (tra i titoli, “Wall Street – Il denaro non dorme mai”, e “Fur” con Nicole Kidman e Robert Downey jr, sulla fotografa Diane Arbus). Per Oren Moverman, che poi l’ha diretto, ha scritto “The Messenger”: americanissima storia dei militari che devono annunciare alle famiglie le morti al fronte. Tratto dal fumetto di Alexis Nolent “Du plomb dans la tête”, “Bullet to the Head” sfrutta al massimo l’icona Stallone, di professione sicario, accoppiandolo con un poliziotto asiatico di Washington. Nell’originale, l’elenco di epiteti a sfondo razziale che Stallone scaglia contro il compagno battono perfino quelli che Clint Eastwood aveva messo insieme per “Gran Torino”. L’altro gli risponde con i moderni ritrovati elettronici, rischiando la figura barbina di Q in “Skyfall”: entra nel computer del nemico, dimenticandosi che il collegamento va in due direzioni, quindi si ritrova piratato a sua volta (problema che per esempio la hacker Lisbeth Salander non sembra conoscere, quando si intromette nella vita degli uomini che odiano le donne). Jimmy Bobo vorrebbe fare le cose alla vecchia maniera, l’altro glielo vorrebbe impedire, invitandolo a un certo rispetto delle leggi e dei diritti riconosciuti dalla Convenzione di Ginevra ai prigionieri. ll regista è il primo a divertirsi, riprendendo ritmi e situazioni da action movie anni Ottanta. E contagia lo spettatore, che dopo tanti film pieni di pretese e fatti male, di godersi un’ora e mezza che fila via veloce. I fan di “Trono di spade” riconosceranno Jason Momoa, l’attore hawaiano che aveva la parte di Khal Drogo: il gigante muscoloso con barbetta a punta e i modi da Attila, sposato alla bionda Daenerys Targaryen.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi