UN GIORNO DEVI ANDARE

UN GIORNO DEVI ANDARE

"Nell’immensità della natura amazzonica”: la frase, letta su una guida turistica oppure nel sunto di un film, ha il potere di respingerci. L’immensità è noiosa, prima di tutto. Come diceva Aby Warburg, collezionista e conoscitore d’arte: “Dio sta nei dettagli” (anche il diavolo, pare, e la coincidenza rende la faccenda più interessante). “L’Amazzonia no!” viene subito dopo il dibattito, nella nostra personale lista delle insofferenze, che poi tocca commuoverci per la sorte della foresta pluviale e per la sopravvivenza degli indios. Li abbiamo messi in questo ordine perché così sono le ultime quotazioni, prima la sopravvivenza del pianeta, se avanzano energie quella dei suoi abitanti. Di peggio c’è soltanto: “Nell’immensità della natura amazzonica alla ricerca del senso della vita”. Giusto la trama di questo film, il terzo di Giorgio Diritti, che fa partire per l’Amazzonia Jasmine Trinca. Accade dopo un grande dolore, poco alleviato da una madre che soffre per il marito morto, non parla quasi mai e ostenta un viso da Madonna addolorata (noi che all’immensità preferiamo i dettagli sappiamo per certo che anche i tremendi dolori non sono così monocordi, un sorriso o anche una mezza risata scappa anche nelle tragedie e preferiamo i film che ne tengono conto). Prima tappa in barcone, sul fiume con suor Franca la missionaria: ella porta conforto, sacramenti, galline ovaiole, si nutre parcamente di riso e fagioli, prega molto e si fa poche domande. Augusta dopo un po’ se ne va: ha visto le mani adunche del capitalismo intenzionate a prendere possesso dei luoghi incontaminati per farne un lussuoso resort. Pure con la complicità dei religiosi, in nome di qualche posto di lavoro da muratore. Giammai. Si trasferisce a Manaus, in una casa sulle palafitte con molti bambini, molta gioia di vivere, molto sapore nel cibo. Già meglio, per quanto riguarda la ricerca spirituale di Augusta. Altro discorso se parliamo di cinema: non sembra più il bravo regista di “Il vento fa il suo giro”, dove una vecchietta si martellava un polso per far cadere la colpa sul forestiero. E’ legittimo e lodevole lasciare le meschinerie valligiane per esplorare il senso della vita, del creato, del dolore. Solo non capiamo perché le immagini debbano essere da cartolina e la recitazione mediocre.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi