I FIGLI DELLA MEZZANOTTE

I FIGLI DELLA MEZZANOTTE

Salman Rushdie ha ceduto i diritti dei “Figli della mezzanotte” per un dollaro, durante una cena, all’amica Deepa Mehta. Ha lavorato alla sceneggiatura del suo romanzo amatissimo, premiatissimo e perlopiù considerato inadattabile. E’ filato tutto liscio: la regista aveva la sua lista di scene intoccabili, Lo scrittore aveva la sua lista di scene intoccabili, e miracolosamente le liste coincidevano. Via la cornice, troppo letteraria, dove Saleem racconta la sua storia a Padma, la Donna dei Sottaceti nella fabbrica di Bombay: lo spettatore avrebbe faticato a identificarsi. D’amore e d’accordo, anche quando Rusdhie non poteva mettere piede sul set, in Sri Lanka, per constatare la bravura dello scenografo: era riuscito a trovare una Rolleiflex uguale a quella usata da papà Rushdie per i filmini di famiglia. La perfetta armonia non ha giovato al film, che in due ore e mezza attraversa tre guerre, con centoventi attori, migliaia di comparse, e un serraglio di elefanti, serpenti, oche, scimmie, capre e gatti. Ritroviamo molte cose, tra cui la scena della visita medica attraverso il lenzuolo bucato, che nel 1917 fa incontrare il giovane medico con studi in Europa e la bella paziente Naseem, musulmana (lei accusa dolori in varie parti del corpo, che subito guariscono fino alla successiva convocazione, lui un consulto via l’altro si innamora). Sono i nonni del narratore, convinto che “Gran parte di ciò che conta nelle nostre vite avviene in nostra assenza”. Poiché Rushdie ha un occhio al grande mare delle storie indiano e un altro rivolto al romanzo inglese dell’Ottocento assistiamo a uno scambio di bambini, entrambi nati allo scoccare dell’Indipendenza indiana, il 14 agosto 1947 (“Fa che il ricco sia povero e il povero sia ricco”, diceva uno degli slogan antibritannici). Tra loro in contatto telepatico, i figli della mezzanotte somigliano agli X-Men dei fumetti Marvel: disadattati di talento, con una spiccata propensione a trovarsi dove la storia del subcontinente indiano ha le sue svolte drammatiche. La fedeltà, e un certo gusto per il bozzetto, privano il film dell’energia e dell’umorismo che Rushdie aveva messo in ogni pagina. Le scene visionarie, ambientate nel Ghetto del Mago diventano melodrammatiche, la lunghezza si fa sentire. Resta il chutney verde, di cui Saleem è ghiotto, che fa funzione di madeleine, e la nostalgia vince sulla fantasmagoria.

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