BENVENUTO PRESIDENTE!

BENVENUTO PRESIDENTE!

Tutta materia per aggiornare il dibattito: “Sono i politici così comici di loro che i comici hanno le armi spuntate?”. Ora suona così: “Sono gli antipolitici così comici di loro che i comici hanno le armi spuntate?”. La risposta naturalmente è “sì”, e nonostante le lodevoli intenzioni “Benvenuto Presidente!” toglie ogni dubbio (se mai l’avevate). Barboni accolti per la notte nei corridoi del Quirinale, pizze in trattoria con televisore acceso sulla partita, sberleffi al picchetto d’onore, pesca alla trota come misura del mondo e fonte di aneddoti per i discorsi, niente scorta, entrata libera agli amici del paesello e ai loro doni: mutande e ciabatte tricolori. Complimenti per l’occhio lungo al regista Riccardo Milani, allo sceneggiatore Fabio Bonifacci, al produttore Nicola Giuliano: “Benvenuto Presidente!”, messo in cantiere 3 anni fa, sembra un instant movie. Compresa una scena finale che giureremmo girata dopo la rinuncia di Papa Benedetto XVI: se non è così, e forse non potrebbe esserlo per i tempi tecnici, il terzetto ha più fiuto dei giornalisti e dei sondaggisti. Manca soltanto l’episodio “Ma quanto poco costa il ristorante nei palazzi del potere, più conveniente di un panino fuori” (dov’erano quando si dibatteva sui giornali dei prezzi di spigole e carbonare per gli onorevoli? a farsi impiantare nella testa il microchip?). Tre politici – indicati sul copione come “Politico con pizzetto” (Giuseppe Fiorello), “Politico ruspante” e “Politico bello” – trovandosi in un tarantinesco “stallo alla messicana” di divieti incrociati decidono indipendentemente l’uno dall’altro di scrivere sulla scheda per l’elezione del Presidente della Repubblica “il primo nome che viene in mente”. E a tutti viene in mente Giuseppe Garibaldi, che risulta quindi eletto. Con una controllatina all’anagrafe, si scopre che l’unico con l’età giusta sta in un paesino del Piemonte (l’attore è Claudio Bisio, che poi le mutande tricolori le riceve davvero). Un volto nuovo, anzi nuovissimo, appartenente alla società civile (egli lavora in una biblioteca, come intrattiene i bambini lui non li intrattiene nessuno) e pure precario (la biblioteca è appena stata chiusa per mancanza di fondi). Scende a Roma, dovrebbe rinunciare all’incarico, poi viene colto da spirito di servizio. Accade nel momento esatto in cui i tre politici, con un attimo di anticipo, stanno già festeggiando le sue dimissioni.

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