LA SCELTA DI BARBARA

LA SCELTA DI BARBARA

Se del cinema tedesco ricordate solo “Le vite degli altri” o “Good Bye Lenin!” nulla sapete dell’irritazione che l’accoppiata tra il regista Christian Petzold e l’attrice Nina Hoss suscita tra i frequentatori non tedeschi della Berlinale, mentre la stampa locale applaude e le giurie distribuiscono premi. Ogni loro film ha l’onore del concorso: quest’anno era il turno di “Gold”, storia di pionieri tedeschi, nonché cercatori d’oro, nel Klondike. Nina Hoss era pettinata e truccata benissimo, come al solito inespressiva, antipatica oltre ogni dire. Giudizio nostro, che abbiamo imparato gli altri titoli della coppia – “Yella” e “Jerichow” – per poterli meglio evitare caso mai approdassero in sala. Dai fan, perlopiù germanici, Nina Hoss è considerata bravissima, intensissima, bellissima, intellettualissima: quel tipo di attrice che sui manifesti dei suoi film compare di nuca con lo chignon (segno sicuro, lo abbiamo imparato dalle copertine dei libri, di personaggi femminili misteriosi, appena abbozzati da registi e romanzieri che sperano nella complicità del pubblico). In “La scelta di Barbara”, il Petzold-movie dell’annata 2012, va molto in bicicletta con i capelli al vento, si siede sulle panchine per fumare, fa diagnosi astute che sfuggono agli altri dottori, parla pochissimo. Sono gli anni 80, quando bastava chiedere un visto d’uscita dalla Germania Est per ritrovarsi deportati in un ospedale di campagna, sotto l’occhio poco benevolo della Stasi (metà della popolazione spiava l’altra metà, nel controllo più massiccio che la storia ricordi: i cittadini che sono andati a leggere i dossier dopo la caduta del muro hanno scoperto amici traditori e coniugi traditori, dei vicini di pianerottolo e di scrivania già sapevano). La nuova dottoressa sta sulle sue, spera che il fidanzato – lo stesso per cui aveva chiesto il visto – trovi il modo per portarla via di lì, guarda il bel dottore che la corteggia con sospetto. Raccontata così, sembra perfino che qualcosa succeda, ma è un‘illusione. Tutto è così accennato, così d’atmosfera, così rarefatto che spazientisce. Per motivi che ci sfuggono, il regista nelle note per la stampa – sempre da complulsare, in casi come questo, almeno siamo informati delle intenzioni, e i risultati li giudichiamo da noi – sostiene di essersi ispirato a “Acque del sud” di Howard Hawks, con Laureen Bacall e Humphrey Bogart.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi