IL FIGLIO DELL’ALTRA

IL FIGLIO DELL’ALTRA

Un paio d’anni fa il Guardian pubblicò un lungo articolo firmato Ahmed Masoud. Una storia di bombardamenti e di culle, di documentari televisivi e di una prova del Dna considerata inutile: se fino a 17 anni cresci in una famiglia con 5 sorelle e 6 fratelli, è difficile rimettere tutto in discussione per un dubbio, sia pure atroce. In tv andava in onda un documentario sui neonati frettolosamente trasferiti durante i bombardamenti, negli ospedali della striscia di Gaza. L’adolescente Ahmed vide il padre impallidire, e la madre parecchio turbata. Quando chiese il perché, dopo molte insistenze il padre gli raccontò la storia. In una situazione d’emergenza, poco dopo la nascita, Ahmed e la madre erano stati separati. Il padre era corso a prendere il bambino nella stanza indicata dalle infermiere. Trovò due neonati, senza nessun’altra indicazione. Ne prese uno e con lui si mise in salvo. Ahmed Masoud non fece mai il test del Dna, dopo qualche mese smise di pensare che un’altra famiglia avrebbe potuto reclamarlo, raccontò la sua storia in un documentario radiofonico mandato in onda per la festa della mamma e continua a lavorare come scrittore e regista (c’è anche chi lo accusa di essersi inventato l’intera e triste storia). Lorraine Lévy raddoppia l’incidente. Nel “Figlio dell’altra” racconta due ragazzi dalle vite intrecciate: eppure non si sono mai visti e in circostanze normali non si sarebbero mai incontrati. Uno vive a Tel Aviv, l’altro in Cisgiordania, con le rispettive famiglie. Uno è ebreo e l’altro palestinese. Solo quando arriva il momento della visita militare, Joseph scopre che il suo gruppo sanguigno non è compatibile con quello dei genitori. Eliminata l’ipotesi del tradimento resta la certezza dello scambio in culla con Yacine, complice un incendio. Vivere la vita di un altro – in una situazione complicata dalla politica e dal fatto che per gli ebrei nella discendenza identitaria conta la madre, mentre gli arabi danno più importanza ai padri – ha potenzialità drammatiche che la regista non si lascia sfuggire. Non se erano lasciate sfuggire neppure i drammaturghi e i romanzieri che avevano raccontato in precedenza la stessa storia, giocando perlopiù sullo scambio tra il ragazzo ricco e il ragazzo povero, tra il figlio di re e il figlio del popolo. Alla brava Emmanuelle Devos, mamma di Joseph, toccano le manovre di avvicinamento.

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