THE SESSIONS

THE SESSIONS

Non è la prima cosa che uno spettatore nota. Sta attento piuttosto alla trama, ai dialoghi, alla recitazione, al ritmo e a tutto quel che possiamo riunire sotto la voce “credibilità”. Eppure il lavoro del direttore del casting risulta fondamentale. Per trovare la giusta faccia bisogna guardarsi in giro, evitare se possibile gli stereotipi (dopo aver girato “Psycho” con Alfred Hitchcock, Anthony Perkins si vide offrire quasi soltanto parti fotocopia da bamboccione psicotico), immaginare che un certo attore visto in smoking potrebbe fare la sua figura anche vestito di stracci. E magari con un accento tutto da imparare. In “The Sessions”, la direttrice del casting si chiama Ronnie Yeskel. Tra i suoi lavori precedenti, per ricordare solo i più clamorosi, troviamo “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino: il film che risollevò la carriera di John Travolta, piombato dai fasti di “La febbre del sabato sera” alle miserie di “Senti chi parla”. Ci fu anche “Orphan”, del regista catalano Jaume Collet-Serra, con Isabelle Fuhrman nella parte di una bambina con i codini davvero minacciosa (era stata adottata, e molte furono le proteste delle associazioni preposte: in effetti era uno spot piuttosto dissuadente). Va a merito di Ronnie Yeskel aver scovato John Hawkes, e aver convinto il regista Ben Lewin a scritturarlo. “Quel tipo sinistro?”, obiettò, dopo averlo visto accanto a Jennifer Lawrence in “Un gelido inverno”. Non era quel che aveva in mente per il protagonista di “The Sessions”, storia vera del poeta e giornalista Mark O’Brien, colpito dalla polio e costretto a vivere in un polmone d’acciaio (anche il regista ne fu colpito, e cammina con le stampelle). John Hawkes è straordinario, con la sua magrezza, la sua schiena curva, la sua immobilità, il senso dell’umorismo che lo spinge a confidarsi con il sacerdote William H. Macy, quando decide di non morire vergine. Prenderà appuntamento con la “sex surrogate” Helen Hunt, specializzata in terapie sessuali con i disabili: sei incontri e non uno di più; nessun coinvolgimento emotivo, quanto basta per fare un po’ di pratica. La dottoressa Helen Hunt è stata candidata agli Oscar, categoria “migliore attrice non protagonista”. I giurati dell’Academy hanno dimenticato il paziente John Hawkes, e le sue confessioni davanti all’altare (il confessionale ha pesanti barriere architettoniche) ascoltate con scandalo dai fedeli che passano tra i banchi della chiesa.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi