BEAUTIFUL CREATURES – LA SEDICESIMA LUNA

BEAUTIFUL CREATURES – LA SEDICESIMA LUNA

Confessiamo un’antica insofferenza verso gli incantesimi. Il bibbidi bobbidi bù di Cenerentola, peggio ancora il supercalifragilistichespiralidoso di Mary Poppins. Abbiamo quindi molto sofferto vedendo la saga di Harry Potter (i libri erano meglio, almeno fino a quando J. K. Rowling si conteneva nel numero di pagine). Un amuleto che spunta da una tasca o sta appeso a una catena fa scattare la critica preventiva, di solito confermata dopo i titoli di coda: lo stesso vale per le antiche pergamene, gli enigmi crittografici, le formule in lingua sconosciuta. Ci riuscì simpatico soltanto il mago di Oz. Quindi per contrappasso siamo stati costretti a vedere non solo il mago bianco Gandalf ma pure il mago nero, e perfino il mago grigio di “The Hobbit”: un incrocio tra l’idiota del villaggio e un ecologista quando la natura non era per nulla a rischio (al contrario, sarebbe servita qualche strada asfaltata e qualche tv). In “Beautiful Creatures” abbiamo una famiglia intera di maghi e streghe, che si offre allo spettatore con una certa lentezza. All’inizio sembrerebbe un teen movie, con una ragazzina che arriva nella nuova scuola e attira subito l’attenzione di un giovanotto lettore di Kerouac, Vonnegut, Bukowski (di notte però sogna una bella ragazza vestita come Rossella in “Via col vento”, in un campo di battaglia della Guerra di secessione). L’attrice si chiama Alice Englert ed è la figlia di Jane Campion, da tutti molto lodata per la performance che alterna gattamortismo e scatti d’ira con vetri infranti (contro la ex fidanzata di lui, biondina e molto bigotta, convinta che la famiglia Ravenwood abbia lo zampino nell’imminente fine del mondo). La bella streghetta Lena sta per compiere sedici anni, quando dovrà scegliere tra le forze del bene e le forze del male. Ed è qui che il parentado si scatena, mostrando tutta la sua furia negli occhi iniettati di pagliuzze d’oro. Zio Macon Ravenwood, per esempio: Jeremy Irons nella classica parte accettata senza darsi la pena di leggere il copione (e neanche di dare un’occhiata al guardaroba tutto in colori pastello che la costumista ha preparato). Va un po’ meglio a Emma Thompson, che almeno non ha l’aria di prendersi sul serio. Siamo in pieno gotico sudista, con case fatiscenti, misteriose bibliotecarie nere, e in aggiunta alberi magici, muri invisibili, neve in Carolina: così esagerato da sembrare una parodia.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi