ZERO DARK THIRTY

ZERO DARK THIRTY

Alla fine arrivano i nostri. Eccome se arrivano: non esiste film che dia maggiore soddisfazione, da questo punto di vista. I nostri vengono attaccati – all’inizio lo schermo è nero, si sentono soltanto le voci di chi sta per morire l’11 settembre. I nostri giurano che i terroristi non la faranno franca, dovessero nascondersi in capo al mondo e risultare insensibili alle lusinghe del denaro (l’altro Impero del Male, viene ricordato in uno scambio di battute tra agenti della Cia, non lo era affatto: “La corruzione funzionava benissimo, durante la Guerra fredda”). I nostri fanno indagini, pedinano, interrogano, se necessario ricorrono al waterboarding, reso sullo schermo con il massimo realismo da una regista che sopra ogni cosa sa girare le scene d’azione. Per la verità, invece del dibattito “il film è pro o contro la tortura?”, e pure del sottodibattito “la tortura è servita oppure no a trovare il nascondiglio di Osama Bin Laden?”, sono più interessanti altri dettagli delle Enhanced Interrogation Techniques – questo il nome corretto – mostrati nel film. Il prigioniero viene appeso per le braccia e privato del sonno, a volte chiuso in una specie di bara. Ma quando finalmente decide di collaborare, l’agente Jessica Chastain si copre i capelli con un velo prima di procedere (anche offrendo un ricco pasto). Quando è lei a interrogare direttamente, ha a fianco un collega che se necessario sferra un pugno. Il film è tratto da un reportage di prima mano dello sceneggiatore Mark Boal, che già aveva scritto il copione di “The Hurt Locker” adattando un suo articolo sull’Iraq. Da qui le polemiche preventive: “Zero Dark Thirty” sarà o no uno spot a favore di Obama? Chiunque era disposto a giurare che sì: la cattura del Nemico Pubblico Numero 1 (mentre il film era stato progettato come il resoconto di una caccia senza esito) avrebbe aiutato la rielezione del presidente. In verità, lo vediamo una sola volta su uno schermo tv, mentre dichiara che “la tortura ripugna alla statura morale degli Stati Uniti” (gli agenti della Cia commentano stizziti: “L’aria è cambiata, cerca di non farti trovare con un collare in mano”). L’infaticabile e determinata creatura che indica ai nostri la pista giusta si chiama Maya, già sopravvissuta a un attentato: “Sono rimasta viva per finire il lavoro”. I nostri entrano in azione con aerei invisibili, visori notturni, un sacco per cadaveri.  

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