BROKEN CITY

BROKEN CITY

Brutto periodo per Russell Crowe. Lo abbiamo appena visto in “Les Misérables” di Tom Hooper mentre con una certa difficoltà cerca di cantare e nello stesso tempo di minacciare Jean Valjean come dovrebbe fare l’implacabile Javert nel romanzo di Victor Hugo (c’è chi incolpa la natura criminale, chi l’infanzia difficile, Javert è convinto che una pagnotta rubata per fame ti segni per la vita, e che la redenzione non sia di questo mondo). Niente: il cipiglio e l’ostinazione del personaggio non riescono a scavalcare la barriera del gorgheggio (va detto che Javert, nel musical, cantava su un palco e il terrore arrivava nelle ultime file: impresa più difficile se il regista ti piazza la macchina da presa a una spanna dal mento, e sembra non aver mai sentito parlare di montaggio). In “Broken City” Russell Crowe esibisce un parrucchino terrificante, sceso sulla fronte come una volta capitava solo nei film ambientati nell’antica Roma: Giulio Cesare alle terme era già in posa da statua. Gli hanno rifilato una parte di sindaco corrotto a New York che poteva andar bene per un gangster movie degli anni Trenta: poco ci manca che compongano i numeri di telefono girando il disco con la matita (invece sì, si siedono a gambe larghe, per mostrare disprezzo del cittadino). Non che il resto del film sia meglio: speculazione edilizia, agenti di polizia con il grilletto facile, mogli che tradiscono, doppi giochi così scoperti che si capiscono appena viene dato l’incarico per il pedinamento, detective declassati che si arrangiano (ma con un’assistente carina, devota, e che neppure vuole essere pagata). Poiché ogni cinematografia ha le sue stagioni morte, negli Stati Uniti si tende a diffidare dei film che – come questo – escono in sala a gennaio. Specialmente se vantano un cast rispettabile. Le buone cartucce sono state sparate in tempo per una nomination agli Oscar, epperò con certi nomi – qui Mark Wahlberg e Caterine Zeta-Jones, dark lady con foulard abile nei depistaggi – sarebbe vergognoso uscire direttamente in dvd. Meglio prima un giretto in sala (da noi si chiamano uscite tecniche, a uso delle tv e un tempo degli home video). La trama ha momenti ovvi, come se lo sceneggiatore avesse fatto lavorare l’apprendista. E altri quasi incomprensibili, come se gli sceneggiatori non fossero riusciti a trovare un accordo.

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