LES MISÉRABLES

LES MISÉRABLES

Torna il cinema da piangere. Con dibattito. Sul blog Opinionator del New York Times, Stanley Fish si chiede perché tanti critici americani o sono rimasti impassibili o hanno ululato di sdegno vedendo “Les Misérables”, mentre gli spettatori paganti si scioglievano in lacrime (cose che possono accadere solo negli Stati Uniti: da noi un film cantato da cima a fondo, in inglese con i sottotitoli, non farà lo stesso effetto). In accordo con una dichiarazione del regista, Fish sostiene che la versione di Tom Hooper del musical lanciato da Boublil e Schönberg nel 1980 manca del dono postmoderno dell’ironia. Siccome all’ironia postmoderna siamo abituati, l’adesione senza riserve a tanta sofferenza, redenzione, cattiveria, pallottole rivoluzionarie e controrivoluzionarie, ci sembra fuori luogo e fuori tono. A eliminare ogni traccia di doppiezza postmoderna contribuiscono, sempre secondo Stanley Fish, le scelte registiche: far cantare tutti gli attori dal vivo durante le riprese e riprenderli in primissimo piano. Può essere che la postmodernità ci abbia contagiati al punto da non riconoscerne più in noi i sintomi, ma può anche essere che Stanley Fish si sbagli. “Les Misérables” è un musical che visto a teatro funzionava benissimo, senza bisogno di invocare adesione e naturalezza per uno spettacolo dove un’operaia viene licenziata e si mette a cantare, vende i denti e i capelli e ancora canta, cantano in tribunale e cantano quando annunciano a un prigioniero la liberà vigilata. Trascinava le folle, al punto da mettere insieme 60 milioni di spettatori nel mondo. Non c’era cuore di pietra che non ne uscisse commosso per Cosette e Gavroche, che non odiasse Javert, che non ammirasse l’ex forzato Jean Valjean quando si rifà una vita dopo un gesto di clemenza cristiana, e poi mette tutto a repentaglio perché un innocente non vada in galera al posto suo. La finzione e la cartapesta funzionavano, semplicemente. Gli interpreti che cantano dal vivo, con la fatica e le incertezze visibili per esempio sulla faccia di Russell Crowe, che dovrebbe essere lo spietato Javert, rompono l’incanto. I continui primi piani, a volte con il grandangolo e a volte inclinati, soffocano lo spettatore. Si respira un pochino solo con i numeri comici dei Thénardier, Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter.

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