FLIGHT

FLIGHT

Sconsigliabile a chi teme l’aereo. Prima di ripiegare sul dramma da camera e da tribunale, Robert Zemeckis offre due sequenze di volo da paura. La turbolenza fa aprire le cappelliere e tramortisce i passeggeri con i bagagli, mentre le hostess cercano di riportare la calma a bordo. Passata la tempesta, riguadagnato il cielo azzurro con un’audace manovra, l’aeroplano comincia a dare segni di malfunzionamento tecnico. Viene svegliato d’urgenza il pilota Denzel Washington, che nel frattempo si era appisolato sotto gli occhi esterrefatti del secondo pilota, e l’emergenza ricomincia. Gli apparecchi segnano valori sballati, c’è il serio pericolo di sfracellarsi a terra, i passeggeri si son già fatti da un pezzo il segno della croce. Invece di chiamare la torre di controllo e lanciare un altro “may day” conviene mettersi in lista d’attesa per un miracolo. Eventualità che il regista gestisce con un sovrappiù di ironia, quando dirige l’aereo impazzito verso una chiesetta e un gruppo di devoti in preghiera. I passeggeri non sospettano alcunché, lo spettatore lo sa per certo: il pilota Denzel Washington ha passato la notte amoreggiando con una hostess, bevendo, litigando con l’ex moglie per una faccenda di soldi, tirando qualche linea di coca per rimettersi in assetto prima di indossare la divisa. In quelle pietose condizioni ha compiuto il suo atto di eroismo: le analisi tossicologiche non lasciano dubbi, e ci sono anche due bottigline di vodka nella spazzatura dell’aereo. Finiti i giri della morte, messi in scena con un realismo impressionante da un regista che negli ultimi anni si era dedicato alla motion capture, con i natalizi “Polar Express e “A Christmas Carol”, comincia la fase riflessiva e processuale. Molti gli interessi in gioco, tanto delicati che l’avvocato di Denzel Washington sembra all’inizio il suo principale nemico, imperturbabile e spietato. Molte anche le sfumature di dipendenza dall’alcol e dalle droghe, fa da fornitore John Goodman in camicia hawaiana. Una scena fa venire in mente Stephen King, quando ricorda che nei momenti peggiori beveva anche il collutorio per i denti, e di sera svuotava nel lavandino tutte le birre ancora nel frigorifero. La bottiglietta di vodka scovata nel frigobar ipnotizza e attrae, nonostante tutte le promesse da alcolista in via di pentimento. Tra l’azione e gli interrogatori, un intermezzo sentimentale di cui si poteva fare a meno.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi